Mancano poche settimane alle cruciali elezioni britanniche del 12 dicembre e tra i due maggiori partiti del Paese è apertissimo il confronto su quali siano le misure economiche più impellenti da mettere in campo per affrontare al meglio l’avvicinamento alla Brexit, consolidare la crescita del Pil e la lotta alla disoccupazione e ridurre le disuguaglianze interne.

I Conservatori di Boris Johnson, primo ministro in carica, e i Laburisti di Jeremy Corbyn, apertamente deciso a spostare sempre più a sinistra il baricentro del partito, sanno che saranno il confronto sull’economia e la loro capacità di rispondere alle numerose incertezze e fragilità del Regno Unito, prima ancora della Brexit, le chiavi di volta dell’imminente voto.

Entrambi i leader concordano sul fatto che per il Regno Unito sia necessaria un’inversione di marcia dopo il decennio di austerità fiscale e tagli di spesa che ha caratterizzato i governi di David Cameron e Theresa May. Capaci di sperimentare l’aumento del Pil in seguito alla ripresa della finanza e dell’intermediazione ma non di capire che i tagli ai servizi essenziali avrebbero sul lungo periodo esacerbato disuguaglianze e problematiche interne.

L’austerità ha martoriato la spesa dei ministeri, i benefit pensionistici, i programmi di edilizia popolare, i finanziamenti ai piccoli centri (crollati del 60% in Inghilterra e Galles), gli stipendi dei dipendenti pubblici, l’assistenza all’infanzia, le forze di sicurezza (20mila poliziotti in meno dal 2010 al 2019). Ha portato al taglio di 30 miliardi di sterline ai servizi essenziali, eccezion fatta per il National Health Service, e alla riduzione dell’8% dell’assistenza all’Irlanda del Nord. Sono peggiorate la sicurezza pubblica delle grandi metropoli, Londra in testa, le prospettive sociali delle fasce più deboli e le statistiche sulla povertà.

Come rimediare a tutto questo? Il premier Johnson mira a conciliare le esigenze della classe media con l’obiettivo politico di ridurre le disuguaglianze e le fratture nel Paese. Strizzando certamente l’occhio alla Confindustria britannica, la Cbi, con la proposta di un taglio delle tasse sulle imprese dal 19 al 17%, ma ricordando a più riprese che la priorità di un governo a impronta conservatrice sarà, dopo la Brexit, il poderoso rafforzamento dei servizi del Nhs. Dopo la proposta di incremento dei fondi destinati al Nhs del 3,4%, pari a circa 20 miliardi di sterline all’anno, annunciata in passato da Theresa May, Johnson conferma il dietrofront conservatore. Da ex sindaco della capitale che si è impegnato per aumentare i servizi di base a Londra Johnson sa che è necessario colmare il divario tra il centro e la periferia, squassata negli scorsi decenni dalla de-industrializzazione.

Rintuzzando, al contempo, l’assalto di Corbyn, il quale ha indicato nel rilancio della presenza dello Stato britannico nell’economia la via maestra. Con caparbia e decisa ostinazione. Andando contro l’opposizione di parte dei laburisti. Cercando di far dimenticare incertezze e tentennamenti sulla Brexit. Come scrive Business Insider, secondo Corbyn “è tempo per la Gran Bretagna di cambiare registro e di avviare una nuova politica fatta di maggiori tasse per i patrimoni e i redditi alti, la nazionalizzazione di ferrovie e infrastrutture, 400mila posti di lavoro ‘verdi’, in arrivo dalla lotta al cambiamento climatico, e l’imposizione per le grandi aziende di pagare dividendi annuali al personale”. La sinistra laburista esalta il ritorno al sovranismo economico anche in un settore estremamente strategico quale la banda larga, che il segretario socialista del partito ha proposto recentemente di riportare sotto il controllo pubblico.

Da una parte e dall’altra, dunque, traspare l’idea che l’avvicinamento della Brexit impone una salda svolta politica affrontabile solo ed esclusivamente con un governo blindato a Downing Street. Johnson propone un rilancio dello storico pragmatismo Tory venuto troppo spesso meno a Cameron e May, Corbyn il governo più a sinistra della storia britannica ritenendo fallace l’idea della “Singapore sul Tamigi” come prospettiva per il post-Brexit. Per ora, i sondaggi parlano a favore del governo in carica, che mantiene una prospettiva di lungo periodo e ha una chiara idea della Brexit. Tuttavia, Corbyn è stato capace di una capacità di mobilitazione unica nel 2017, quando costrinse al “pareggio” tattico Theresa May portando i laburisti al 40% in poche settimane di campagna. La corsa a Downing Street è ancora aperta.

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