Per Viktor Orban e l’Unione Europea si è aperta l’ennesima fase di braccio di ferro: il premier ungherese vuole usare i suoi distinguo sulle sanzioni alla Russia e l’appoggio a Kiev e il potere di veto di Budapest su questo campo per portare Bruxelles a riconsiderare le sue decisioni sul potenziale congelamento dei fondi comunitari all’Ungheria e le conseguenti procedure d’infrazione.

 “La politica delle sanzioni è un passo verso la guerra“, una guerra in cui “stiamo scivolando passo dopo passo. Non siamo ancora stati attaccati, ma siamo molto vicini a diventare una vera parte in conflitto”, ha dichiarato Orban a Kossuth Radio nella giornata del 18 novembre e riferendosi alle misure restrittive imposte dall’Ue contro la Russia. Il premier, che ha bollato come “molto pericolose” le azioni dell’Europa, ha rifiutato l’idea che lo vede come un sabotatore a prescindere e di voler mettere veti in continuazione, sottolineando che nel quadro dell’Ue il governo di Budapest deve “insistere e lottare” per ottenere delle eccezioni che siano “in linea con gli interessi dell’Ungheria”. 

Con la crisi dell’alleanza di Visegrad messa alla prova dai distinguo sull’Ucraina e la posizione dello storico alleato polacco, schierato sull’oltranzismo antirusso, Orban si muove come un “guastatore” ma non è da considerare un cavallo di Troia russo in Ue. La sua visione politica si ispira a un calcolo di stretto interesse nazionale, lo stesso che lo porta a giocare apertamente lo spauracchio dei migranti pur in assenza di confini marittimi esposti o di un flusso costante di immigrazione verso l’Ungheria, in cui retorica e obiettivi politici si sommano. E in questo caso alzare la posta sulle sanzioni e il sostegno all’Ucraina è strumentale ad ottenere un altro risultato: lo sblocco dei fondi comunitari a Budapest e un trattamento di favore come quello riservato alla Polonia dopo lo scoppio del conflitto a Est.

Budapest si oppone ai piani per un pacchetto di 18 miliardi di assistenza finanziaria all’Ucraina e a nuove sanzioni e Orban ha fissato la sua “linea del Piave”: l’Ungheria condanna l’aggressione russa e aiuta il popolo ucraino, ma non è disposta a mettere gli interessi dell’Ucraina prima dei propri. In questo caso, dunque, niente fondi all’Ucraina finché non saranno sbloccati i fondi strutturali e di coesione necessari allo sviluppo dell’economia nazionale ungherese e bloccati dalle indagini della Commissione Europea sull’indipendenza della magistratura e lo stato di diritto in Ungheria. “Un ricatto politico”, secondo il Commissario europeo al Bilancio, Johannes Hahn. Realpolitik, secondo Orban. “Dopo la proposta della Commissione di congelare 7,5 miliardi di euro destinati all’Ungheria per la violazione dello Stato di diritto nel Paese, il punto di caduta per archiviare la questione coinvolge 17 misure avanzate da Budapest e concordate con l’esecutivo comunitario. Il governo Orbán ha tempo fino a domenica 20 novembre per dimostrare i progressi nell’attuazione di queste misure” e un parere dell’esecutivo Ue guidato da Ursula von der Leyen dovrà arrivare martedì 22.

Nello specifico, si rischia un conflitto istituzionale dato che il Parlamento Ue a settembre aveva dichiarato che le violazioni del diritto interno rendevano l’Ungheria un Paese non più democratico e invitato Bruxelles a invocare, nei confronti di Budapest, l’applicazione dell’Articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea. Esso prevede la possibilità di sospendere i diritti di adesione all’Unione in caso di violazione grave e persistente dei principi sui quali essa poggia. Molti di questi principi riguardanti le libertà individuale, civili, politiche e di bilanciamento dei poteri sarebbero stati violati dall’Ungheria di Fidesz e Orban. Si prospettava il rischio per Budapest di perdere i due terzi dei fondi di coesione e il 70% del Next Generation Eu riservato, a cui l’Ungheria ha risposto colpo su colpo.

Complessivamente, i fondi ammontano a oltre 13 miliardi: i 7,5 miliardi citati più i 5,8 di Next Generation Eu. “Budapest ne ha assai bisogno: l’inflazione ha raggiunto in questi mesi il 20%, e il Paese è scosso da continue proteste salariali, soprattutto da parte degli insegnanti”, nota Formiche. L’opposizione politica al piano della Commissione potrebbe diventare voto esplicito contrario capace di far deragliare il provvedimento se il braccio di ferro continuerà. Orban ha già dato un primo assaggio ponendo il veto sul provvedimento Ue per la tassa minima alle multinazionali, che del resto danneggerebbe il suo piccolo “paradiso fiscale” interno. Quello che vuole Budapest è il via libera a fondi decisivi per accrescere il Pil e alimentare gli investimenti (e le reti clientelari) interne e il sistema europeo da cui l’Ungheria è, di fatto, dipendente al tempo stesso le dà il potere di veto necessario a fare di questa debolezza un fattore negoziale. La partita è calda e animata: nelle prossime settimane il sostegno europeo a Kiev e la partita tra Bruxelles e Budapest si incroceranno. Con la consapevolezza che solo lo sblocco dei fondi a Budapest favorirà quelli per Kiev. E che sia l’Ue, più che l’Ungheria, a dover prendere atto di tutto ciò.

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