Le imponenti manifestazioni che il 24 marzo scorso hanno coinvolto da 1,2 a 2 milioni di persone favorevoli a controlli più stringenti sulle armi da fuoco in circa 800 città degli Stati Uniti, organizzate in risposta alla strage della Stoneman Douglas High School di Parkland, Florida, hanno acceso un aspro dibattito sul tema nell’opinione pubblica, nel sistema mediatico e nel mondo politico d’oltreoceano.

La più imponente “March for Our Lives” è andata in scena a Washington, e proprio la contrapposizione tra la fiumana di giovani accorsi nella capitale per la più grande protesta studentesca dai tempi del Vietnam e gli edifici simbolo del potere statunitense ha rilevato l’importanza assunta da un tema tornato nuovamente centrale nel dibattito pubblico americano.

La questione del controllo delle armi ha riacquisito maggiore importanza dopo l’ondata emotiva suscitata dal massacro di Parkland, che è stato seguito da numerose iniziative legislative prese dai singoli Stati per garantire una più efficace identificazione e registrazione delle armi da fuoco, con la Florida a fare da capofila. Tuttavia, la strada per una riforma nazionale onnicomprensiva è ancora in salita, e gli attivisti studenteschi puntano a trasformarla in un electoral issue in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo autunno. Sul tema delle armi vanno compattandosi schieramenti contrapposti.

Gli attivisti studenteschi 

 Tra i giovani attivisti mobilitatisi in febbraio con l’hashtag #NeverAgain e le marce di sabato scorso il 18enne David Hogg ha acquisito un ruolo di portavoce di fatto del movimento studentesco sul controllo delle armi. Di fronte a Capitol Hill, Hogg ha invitato gli studenti a votare esclusivamente candidati contrari allo status quo vigente e che non ricevono finanziamenti e sovvenzioni dalla National Rifle Association (Nra). “Mettere gli Usa davanti alla Nra”, è stato l’invito rivolto ai politici che ha riscosso il maggior numero di applausi; al suo fianco, la coetanea Emma Gonzalez si è distinta come volto noto.

Nonostante il movimento di March For Our Lives si sia dichiaratamente mantenuto sopra gli schieramenti, è stato il Partito democratico a tributare il maggior sostegno ai ragazzi di Parkland. L’ex Presidente Obama e la moglie Michelle hanno manifestato il loro sostegno entusiasta, mentre il Senatore del Vermont Bernie Sanders ha dichiarato al Guardian che “non è il popolo americano ad essere diviso sul controllo delle armi ma il Congresso”, a suo parere pervasivamente influenzato dal lobbismo della Nra.

Le voci critiche

Mentre anche la Casa Bianca sottolineava il coraggio di “molti giovani americani che hanno esercitato i diritti del  Primo Emendamento”, la Nra ha portato all’estremo i suoi sforzi per la conservazione del Secondo con una feroce satira dei manifestanti, accusati di essere agenti manipolati dall’esterno e non protestanti spontanei.

L’opinionista Tucker Carlson ha attaccato direttamente i leader studenteschi, definendo Hogg “un estremista” e attaccando una precisa dichiarazione della Gonzalez, che ha esplicitamente affermato di non prendere in considerazione l’opinione dei difensori del Secondo Emendamento. Carlson ha precisato che, stante la giovane età, i manifestanti non sarebbero in grado di elaborare critiche costruttive o proposte efficaci per risolvere il problema della circolazione incontrollata delle armi da fuoco.

Sul terreno politico, l’opposizione al gun control è stata manifestata dalle affermazioni del Senatore repubblicano Marco Rubio e dalle critiche del suo ex collega a Capitol Hill, il rigoroso conservatore Rick Santorum.

Gli schieramenti sono ancora in via di definizione, ma la polarizzazione politica sul tema delle armi appare più scottante che mai: le elezioni di metà mandato dimostreranno se i partiti avranno deciso di prendere in considerazione le istanze dei manifestanti e se, effettivamente, l’onda lunga della March for Our Lives avrà avuto o meno un effetto sulle dinamiche del Congresso.

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