La possibilità di una caduta del regime di Assad in Siria può radicalizzare lo scontro tra Israele e Palestina. Vengono così vanificati i recenti tentativi di pacificare la regione. Il recente attacco missilistico americano contro la base aeronautica del Governo siriano ha messo seriamente in discussione il futuro di Bashar al-Assad. Senza quest’ultima ingerenza statunitense la guerra civile siriana sarebbe presumibilmente terminata da qui a un anno. Le recenti decisive vittorie ottenute dall’esercito regolare siriano avevano indirizzato il conflitto in maniera precisa. Con la nuova strategia americana, avallata da tutta la comunità politica occidentale, sarà difficile per la Russia e l’Iran trovare la pacificazione siriana con Assad ancora al potere.L’impegno di Israele contro AssadLa fine di Assad potrebbe portare dunque a una frammentazione della Siria e alla fine dell’esistenza stessa di questo Stato. Un’eventualità che avrebbe delle ripercussioni in tutta la regione. Su tutte per il vicino ed eterno conflitto tra Israele e Palestina. Più elementi infatti possono fare ragionevolmente pensare che l’esilio forzato di Assad porterà ad una radicalizzazione del conflitto israelo-palestinese. Perché? Israele ha avuto un ruolo non da poco nella recente azione militare americana. Il Governo Netanyahu è stato infatti uno dei primi attori a denunciare la presunta responsabilità di Assad nel disastro chimico avvenuto in Siria. Anzi. Tel Aviv ha dichiarato la propria assoluta certezza su ciò.Viene così confermato l’engagement israeliano per un regime change in Siria. Un impegno già sospettato quando Tel Aviv ha più volte utilizzato missili per colpire convogli Hezbollah. Quelli che combattevano in Siria a fianco dell’esercito regolare. Oltre a questo non ben celato impegno israeliano contro Assad, Netanyahu si è più volte espresso affermando come la lotta contro l’Iran sia la massima priorità per Israele. Ancor più della guerra all’Isis.Il legame tra Isis e HamasEd è proprio Daesh che potrebbe giocare un ruolo decisivo nelle prossime battute del conflitto israelo-palestinese. L’ormai confermata presenza dell’Isis sulle alture del Golan avrebbe infatti portato ad un’intensificata relazione tra lo Stato Islamico e Hamas. Come riportato dal Messaggero lo scorso settembre, alcune  fonti di intelligence mediorientali, avrebbero scoperto un vero e proprio accordo esistente tra le due fazioni. I due movimenti, entrambi sunniti, potrebbero così aver imbastito una serie di scambi coinvolgendo armi, logistica e quant’altro. Non c’è solo l’Isis tra i preferiti di Hamas. Secondo alcune fonti esisterebbe un’alleanza anche tra l’ex Jabhat al Nusra, oggi Jabhat Fateh al Sham, e Hamas. Una relazione che sarebbe nata e cresciuta all’interno delle moschee del campo profughi di Yarmuk. Località situata a meno di dieci chilometri da Damasco.Campo libero per i jihadisti in PalestinaRiportava poi il The Guardian nel febbraio 2012, come Ismail Haniyeh, uno dei leader di Hamas, avesse dato il suo benestare ai gruppi ribelli siriani. “I siriani coraggiosi che si stanno muovendo verso la democrazia e le riforme”. Così si era espresso uno dei numeri uno di Hamas. Assad aveva poi esplicitamente dichiarato di non voler appoggiare in alcun modo il movimento di Hamas. Appare chiaro dunque come l’eventualità di un regime change e la conseguente assenza di un controllo centrale sul territorio siriano, potrebbe favorire relazioni e scambi tra Hamas, l’Isis e gli altri gruppi jihadisti presenti. Il regime change siriano favorisce dunque gli estremisti di Hamas.La presenza di Hamas delegittima le richieste palestinesiCome può questo dunque essere ben accettato dal Governo Netanyahu? La spiegazione potrebbe non essere così complicata. Il Governo Netanyahu, fin dal suo insediamento, ha espressamente dichiarato che il suo esecutivo non lascerà mai spazio alla costruzione di uno stato palestinese. Così il rafforzamento di Hamas a discapito dell’Autorità Nazionale Palestinese può solo delegittimare le richieste palestinesi agli occhi della comunità internazionale. Hamas è infatti riconosciuta come organizzazione terroristica dall’Unione europea e dagli Stati Uniti. Se il movimento arrivasse a monopolizzare il popolo palestinese, quest’ultimo non troverebbe più nessun tipo di supporto.Una pace che sembra sempre più lontanaSolo allora il Governo israeliano sarebbe così legittimato a livello internazionale a proseguire la creazione di un unico Stato con capitale a Gerusalemme. Se questa fosse la strategia israeliana, sono molte le conseguenze negative cui la comunità internazionale dovrà far fronte. Il rafforzamento di Hamas può solo infatti portare a un escalation di violenze attentati nella regione.Ci potrà essere inoltre il rischio di una catastrofe umanitaria nella Striscia di Gaza, se questa dovesse divenire a tutti gli effetti la fortezza di Hamas. L’allarme in tal senso è già arrivato proprio dal Ministro della Difesa israeliano. Yoav Mordechai, rappresentante del Governo Netanyahu, ha infatti dichiarato che il 96% dell’acqua presente a Gaza non è filtrata, mettendo così a rischio la salute di tutta la popolazione. Il rinnovato impegno americano in Siria è così strettamente legato alle speranze di pace per gli israeliani e palestinesi che soffrono un conflitto da più di mezzo secolo.

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