Donald Trump ha ufficializzato la sua ricandidatura qualche giorno fa, ora tocca all’altra sponda del fiume. I Democratici hanno deciso di fare le cose in grande: non hanno lasciato libero neppure un centimetro di campo occupabile. Ogni elettore e simpatizzante degli asinelli avrà la possibilità di scegliere tra 20 candidati, che rappresentano davvero ogni sfumatura possibile dell’universo liberal-progressista.

Sarebbero dovuti essere ventiquattro, ma l’anziano socialista Mike Gravel e altri tre non hanno raggiunto percentuali sondaggistiche e numero di donazioni sufficienti per prendere parte alla contesa mediatica. L’organizzazione del primo dibattito televisivo, che si tiene domani notte, coincide con il primo colpo di pistola dello starter. Mancano circa sei mesi ai caucus in Iowa e in New Hampshire: è un arco temporale in cui può accadere di tutto. Adesso, a bocce ferme, le rilevazioni statistiche – come riportato pure da Rasmussen Reports – dicono “Joe Biden“. Dietro l’ex vicepresidente di Barack Obama c’è una bagarre niente male. L’istituto citato è quello che ha dato come possibile la vittoria di The Donald alle scorse presidenziali.

Bernie Sanders sta iniziando a soffrire Elizabeth Warren. Sono entrambi liberal di sinistra, ma la senatrice del Massachusetts si sta dimostrando elettoralmente più briosa del previsto. Sembra che la partita per il secondo posto della piazza ruoti attorno a questi due nomi. Per arrivare all’uno contro uno finale, però, impiegheremo più di un anno a partire da oggi. La candidatura di Joe Biden ha evitato che scendessero nell’agone politico personaggi di spicco del mondo moderato-imprenditoriale, Michael Bloomberg su tutti. Nella parte centrista del campo, non sono presenti alternative di peso: il senatore Cory Booker e il sindaco di New York Bill De Blasio sono i competitor più credibili dell’ex numero due della Casa Bianca, perché agiscono, con più esperienza rispetto agli altri, sulla stessa corsia centrale. Poi vanno annoverati pure Kirsten Gillibrand, Michael Bennet, John Delaney, Amy Klobuchar, Seth Moulton, John Hickenlooper e Steve Bullock, ma sembrano tutti nomi destinati a essere depennati nel tempo.

A sinistra, invece, c’è un’ammucchiata variegata. Dal “vecchio leone” del Vermont a quella che il presidente degli Stati Uniti continua a chiamare “Pocahontas”, passando per Tulsi Gabbard, che è pro Bashar al-Assad ma anche pro “nuovi diritti” Lgbt, per Andrew Yang, con il suo reddito di cittadinanza universale, e per l’ambientalista Jay Inslee: le istanze della “new left” rischiano di essere sovraesposte, mentre le preferenze destinate a questo insieme saranno di sicuro soggette a frazionamento. Per completare l’elencazione, mancano ancora Marianne Williamson, Tim Ryan e Julian Castro.

La polarizzazione tra democratici liberisti e democratici socialisti è adamantina, ma non mancano le vie di mezzo: la campionessa del progressismo Kamala Harris, l’ “Obama bianco” Beto O’Rourke e il lanciatissimo Pete Buttigieg possono ambire alla sintesi politica tra le due macro-aree. Non sarà semplice, perché le tendenze sembrano condurre gli Stati Uniti su altri lidi: Joe Biden contro Bernie Sanders o Joe Biden contro Elizabeth Warren rimangono – almeno sino a questo momento – i due scenari più probabili per il turno finale. Quello dal quale uscirà il nome del candidato opposto a Trump.

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