Cosa si nasconde dietro alle proteste di Hong Kong, le stesse che da almeno due mesi stanno paralizzando la città? La versione più diffusa è che si tratti di un celato malcontento degli hongkonghesi nei confronti della Cina continentale, che mediante l’approvazione del disegno di legge sull’estradizione avrebbe stretto un ulteriore tentacolo attorno al sistema giuridico dell’ex colonia britannica, abituata a godere di elevati standard di indipendenza. Dalle iniziali proteste contro la legge sull’estradizione, i manifestanti hanno presto cambiato bersaglio, allargando il cerchio al governo locale e addirittura alla stessa Cina. La vicenda rischia di essere più complicata del previsto, almeno a giudicare da un lungo e dettagliato reportage pubblicato sul quotidiano cinese Global Times. Fatta la dovuta tara sul sistema informativo di Pechino, è interessante constatare come siano stati riscontrati chiari legami tra alcuni gruppi di manifestanti scesi nelle strade e politici stranieri, gli stessi che secondo le prove portate dal giornale avrebbero cercato a più riprese di allontanare Hong Kong dalla Cina.

Il piano per colpire Pechino

Il pezzo si concentra sui reiterati tentativi da parte di presunti politici stranieri di effettuare un silenzioso ma prolungato lavaggio del cervello sulla popolazione di Hong Kong, una buona parte della quale disposta a organizzare una rivoluzione colorata; una volta innescata la protesta, questa avrebbe avuto l’obiettivo di utilizzare l’ex colonia britannica come testa d’ariete per colpire direttamente la Cina. Niente, tuttavia, sarebbe stato possibile senza il decisivo ruolo di alcuni magnati di Hong Kong, che negli anni hanno cercato di manipolare da dietro le quinte la politica interna finanziando economicamente il locale Partito democratico, fazione anti Pechino. La genesi delle proteste sarebbe stata causata dalla legge sull’estradizione e sarebbe anche stata tollerata dalle autorità se fosse rimasta entro certi argini; ben presto, però, le manifestazioni sono state prese in ostaggio dalle frange più estreme, le stesse che punterebbero a rovesciare il sistema di Hong Kong per recare danno a Pechino.

Una rivoluzione colorata?

Con l’intensificarsi delle violenze – prosegue l’articolo – è apparso sempre più evidente la longa manus di forze esterne, un intervento diretto che non avrebbe mai potuto concretizzarsi senza la cooperazione e l’assistenza di un gruppo di cittadini di Hong Kong definiti dal Global Times “traditori”. Chi sono questi traditori? I nomi messi in primo piano rispondono a Jimmy Lai Chee-ying e Martin Lee Chu-ming, due esponenti dell’élite locale accusati di aver avuto intensi contatti con il governo statunitense e con alcuni parlamentari occidentali, probabilmente britannici. Jimmy è un facoltoso imprenditore di Hong Kong, fondatore di Giordano, un rivenditore di abbigliamento asiatico, e alla guida una società di media, Next Digital, di cui fa parte anche il giornale Apple Daily; Lee è invece un politico, nonché padre dei Democratici uniti di Hong Kong, dal quale prenderà vita il Partito democratico. Entrambi sostengono l’indipendenza di Hong Kong e hanno più volte sposato battaglie in favore della democrazia.

Connessione tra le élite locali e gli Stati Uniti

Gli esponenti più in vista delle manifestazioni avvenute a marzo e maggio, fra cui Anson Chan Fang On-sang e Martin Lee Chi-ming, avrebbero ricevuto ingenti donazioni economiche da parte di Jimmy e favorito un incontro tra il Partito civico di Hong Kong e il segretario di stato americano Mike Pompeo. Anche Jimmy Lee avrebbe incontrato a più riprese sia Pompeo che Mike Pence, a conferma di come l’élite di Hong Kong sarebbe ormai in contatto con l’apparato politico statunitense. Sponsorizzazione da parte degli Stati Uniti, promozione di leader a capo delle proteste, stabilire quali partiti debbano sovvertire il governo e propinare nella società i valori occidentali: “Tutti gli approcci fin qui descritti – scrive il Global Times – corrispondono a tratti tipici di una classica rivoluzione colorata”.

Manipolare la politica interna di Hong Kong

La Cina accusa Washington di sfruttare una crisi politica interna al Dragone per fomentare una rivoluzione colorata che avrebbe come obiettivo principale quello di abbattere Pechino, l’attuale rivale numero uno degli Usa. Un’altra prova a sostegno di tale tesi sarebbe l’addestramento tenuto dagli Stati Uniti dal 2014 a oggi ad alcuni gruppi di manifestanti coinvolti nelle proteste di Hong Kong. Per quanto riguarda Jimmy Lee, il magnate avrebbe donato dal 2006 al 2010 oltre 1,28 milioni di dollari al citato Partito democratico di Hong Kong e al Partito Civico; nel 2009 i sussidi del magnate avrebbero inoltre rappresentato il 99% delle donazioni ricevute dal primo partito citato e il 68,2% di quelle incassate dal secondo. Lo scopo del finanziamento, conclude il reportage, era uno: manipolare la politica di Hong Kong, fino a farla arrivare all’attuale punto di non ritorno.

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