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La Cina ha le idee chiare su chi abbia le responsabilità dell’attuale crisi con la Corea del Nord.  Il portavoce del Ministero degli Esteri Cinese, Hua Chunying, ha infatti esplicitamente detto, in risposta alle pressioni americane affinché Pechino aumenti la pressione su Pyongyang, che la Cina ha fatto del suo meglio e che “coloro che hanno causato un problema lo risolvano”. Il riferimento non è all’inasprimento delle sanzioni internazionali che sta causando un circolo vizioso che vede la Corea del Nord rispondere con continui lanci di missili, come avvenuto anche recentemente in risposta all’embargo parziale sui prodotti petroliferi, bensì alle esercitazioni militari che si tengono nell’area della Penisola Coreana: Foal Eagle, che si tiene in primavera, e Ulchi-Freedom Guardian tenutasi ad agosto, sono due tra le più grandi manovre che annualmente si ripetono annualmente in Corea del Sud e che vedono la partecipazione anche di altri alleati degli Stati Uniti come l’Australia, la Nuova Zelanda ed il Regno Unito. Il piano di de-escalation cinese per la Corea, che vede concorde anche la Russia, prevede infatti che gli Stati Uniti e la Corea del Sud cessino le esercitazioni militari nell’area delle penisola coreana per non irritare Pyongyang che dovrà, in cambio, rinunciare al proprio programma di sviluppo nucleare e di missili balistici: Pechino e Mosca sono concordi, infatti, nel ritenere inaccettabile che il regime di Kim Jong-un sia dotato di armi atomiche ed il disarmo della Corea del Nord è diventata per loro una priorità così come per Washington.

Quello che cambia però sono i toni ed i metodi per attuare questo disarmo: mentre Washington minaccia guerra affermando, un po’ arbitrariamente e forse senza nemmeno troppa convinzione vedendo la dislocazione attuale delle sue portaerei (nell’area ormai incrocia solo la Ronald Reagan), che si sono esaurite le opzioni “pacifiche” in sede Onu, Mosca, ma soprattutto Pechino, puntano il dito verso le responsabilità americane e invitano Washington a fare il primo passo verso il disarmo. Evenienza che ci sembra del tutto impraticabile al momento con l’Esecutivo di Trump alle prese con una forte resistenza interna al partito ed esterna, e quindi avido di consenso ottenibile in campo internazionale dimostrando un’America forte e risoluta. Del resto alla Cina farebbe davvero comodo un “ritiro” delle forze americane e alleate dall’area che va dal Mar del Giappone al Mar Cinese Orientale: significherebbe in primis una prestigiosa vittoria nel campo della diplomazia internazionale ed inoltre avere “campo libero” per portare a termine la politica di espansione marittima che è stata recentemente intrapresa da Pechino e che ha portato alla costruzione di basi e isole artificiali nell’arcipelago delle Spratly, nel Mar Cinese Meridionale, conteso anche tra Filippine, Malesia e Vietnam. Sul tavolo delle trattative c’è anche il sistema di difesa ABM “THAAD” schierato in Corea del Sud che viene considerato dalla Cina una minaccia diretta verso il proprio programma missilistico a causa  del  suo radar di scoperta (AN/TPY-2) dotato di una portata di oltre 1000 km (secondo alcuni 2000) in modalità Forward Deployment Intercept.  

Secondo Pechino, quindi, gli Usa devono “fare di più rispetto a quanto stanno facendo ora”, come affermato dal Legato cinese a Washington Cui Tiankai in occasione del recente ultimo lancio missilistico della Corea del Nord, in modo che ci sia una effettiva e reale cooperazione per la pace nell’area, aggiungendo che “tutti quanti devono fare la propria parte: non possono lasciare questo problema alla sola Cina”. La via diplomatica resta quindi l’unica possibile per calmierare le tensioni, anche perché riteniamo che in sede di Consiglio di Sicurezza dell’Onu Mosca e Pechino porrebbero il veto ad una eventuale risoluzione che preveda l’uso della forza nonostante gli anatemi di Washington; via diplomatica che potrebbe anche voler dire inasprire ulteriormente le sanzioni come detto da Cui in riferimento all’embargo sul petrolio: “Siamo totalmente preparati ad implementare tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, né più né meno” ma che tali risoluzioni non prevedono una chiusura diplomatica, come propagandato dagli Stati Uniti, bensì richiamano ad una riapertura del dialogo tra le parti sottolineando come “le risoluzioni dovrebbero essere implementate in modo completo”.

Nell’abile gioco diplomatico cinese in occasione dell’ultimo lancio missilistico nordcoreano c’è anche stato spazio per un accenno esplicito verso la politica di riarmo giapponese, che preoccupa non poco Pechino. Sempre l’Ambasciatore Cui ha riferito che la Cina non riconoscerà mai la Corea del Nord come una potenza nucleare e che si oppone ad un dispiegamento di armi atomiche ovunque lungo la penisola coreana ed anche oltre, incluso il Giappone e Taiwan: un monito sia per Tokyo sia per Washington.

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