Politica /

La Cina “non permetterà la guerra o il caos alle soglie del proprio territorio”. Il ricorso alla forza militare “non può essere un’opzione per risolvere la questione”. Le parole del portavoce del ministero della Difesa cinese, Ren Guoqiang, scendono come una mannaia sulla crisi della penisola coreana e spazzano via i dubbi sull’impegno della Cina per la risoluzione della crisi prima che essa degeneri in un conflitto potenzialmente catastrofico. La Cina sa perfettamente cosa vuole, o meglio, cosa non vuole: la guerra. E sa perfettamente che per farlo deve lanciare contemporaneamente messaggi duri a Pyongyang e altrettanto chiari a Washington. Ma negli ultimi tempi, le parole eccessivamente critiche da parte occidentale nei confronti dell’azione di Pechino e gli annunci di opzioni militari contro la Corea del Nord, hanno reso il governo di Pechino estremamente freddo e duro nei confronti degli Stati interessati al conflitto. Il governo cinese ha da sempre attivato ogni canale diplomatico per dissolvere le nubi di guerra prima che esse oscurino la vista degli attori nel conflitto e lascino che la diplomazia e le schermaglie cedano il passo all’uso della forza. Ma adesso, l’impressione è che la Cina stia iniziando a stancarsi, consapevole che il tempo stringe e che non si possa continuare con questo livello di tensione anche nei prossimi mesi.

Pechino sa perfettamente che la situazione è grave, e, nonostante l’impegno profuso per intavolare negoziati seri fra Corea del Nord e Stati Uniti, non sembra stia raggiungendo lo scopo di giungere a un accordo. E in questa fase, sente di essere stata lasciata sola da una parte e dall’altra delle barricate. Kim Jong-un è un partner scomodo, ma per quanto pericoloso, non è folle come lo si accusa: è il primo ad essere consapevole che un solo missile che cade in territorio sudcoreano, giapponese o, peggio ancora, in una base statunitense, equivale alla fine del suo regno. Tuttavia, è evidente che il missile sopra il Giappone e le minacce contro Guam non fanno che minare i già fragili tentativi di Pechino di mediazione fra le parti. Dall’altra parte, le parole degli Stati Uniti e dei loro alleati non rendono più facile il lavoro cinese, così come la decisione di sanzioni unilaterali ulteriori rispetto a quelle imposte dalle Nazioni Unite. La Cina aveva chiesto un segnale di distensione da parte di Seul e di Washington, e, come risposta, sono arrivate le esercitazioni congiunte, i voli di bombardieri strategici e le nuove sanzioni economiche. Tutte azioni che contrastano con la politica del dialogo richiesta da parte cinese. Le parole di Trump sul fallimento della politica del dialogo, non hanno fatto altro che incrementare la frustrazione di Pechino per la fine delle tensioni.

Nonostante questa sfiducia, la Cina continua a lanciare appelli verso la calma, ma, nello stesso tempo, inizia a comprendere che forse sia arrivato il momento di mostrarsi non più così accondiscendente né verso la Corea né verso le potenze occidentali e alleate coinvolte nel conflitto. I recenti attacchi alla diplomazia cinese sulla Corea non sono stati affatto apprezzati da parte di Pechino e cominciano ad arrivare le prime risposte dure, che mostrano come il governo della repubblica popolare non abbia più voglia di sentirsi braccato da tutti. Le critiche del Regno Unito, per bocca di Theresa May, sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza cinese, notoriamente molto grande, e la risposta piccata di Pechino non si è fatta attendere. Il Global Times, tra i più influenti quotidiani legati al partito comunista, ha aperto con un articolo eloquente, dove si afferma che “La gente debole spesso cerca occasioni per dimostrare la propria forza” e si conclude con “Pechino non ha bisogno di Londra per sapere come comportarsi con la Corea del nord”. E dopo poche ore, sono arrivate le parole della portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying, che ha ricordato a tutti che l’aumento della tensione “non è un gioco al computer”.

Qualcosa sta cambiando nella percezione cinese della crisi, e, nello stesso tempo, nella percezione che la Cina vuole dare di se stessa. Per ora aveva mantenuto toni molto decisi ma cauti, ma la situazione sta degenerando e il rischio di un conflitto armato non sembra più essere un’opzione residuale. Le parole di Pechino sul fatto che non permetterà una guerra in Corea sono rivolte a tutti: a Kim e a Trump. Le provocazioni nordcoreane devono finire, così come i messaggi di guerra rivolti da Stati Uniti, Giappone e Corea. La Cina non può permettersi un conflitto ai suoi confini, né i milioni di eventuali profughi, né un regime change dalle conseguenze indefinite. Pechino ha già detto che non sosterrà mai l’inizio di una guerra da parte di Pyongyang. Ma ha detto anche che non starà a guardare in caso di intervento americano. Parole che suonano come un monito importante in un’escalation di tensione che sta raggiungendo, per colpa di tutti, un punto di non ritorno estremamente pericoloso.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.