Una volta finita la guerra civile, per la Siria, arriverà una sfida ancora più ardua: il ritorno alla normalità per un Paese che è stato squassato, non solo fisicamente, da un terremoto durato otto anni, che tra insorgenza jihadista, scontri fratricidi, rischi di deriva settaria e massacri sarà lungo e complesso. Così come complessa sarà la ricostruzione dell’infrastruttura fisica distrutta dal conflitto. Case, scuole, ospedali, edifici pubblici, acquedotti, strade, ferrovie, ponti, centrali elettriche, sistemi d’irrigazione, impianti industriali: la Siria, al di fuori delle aree tenute saldamente dal governo di Assad dal 2011 a oggi, manca praticamente di ogni cosa.

Il costo della ricostruzione è destinato ad essere enorme: secondo funzionari vicini a Bashar al Assad dovrebbe ammontare a 195 miliardi di dollari, secondo la Banca mondiale addirittura a 250. Una quantità di denaro esorbitante per qualsiasi Stato ma che rischia di diventare insostenibile per un Paese che ancora è scosso dagli ultimi fuochi della guerra civile. La Siria ha bisogno di appoggi esterni, ma la situazione diplomatica ne complica la disponibilità: per quanto riguarda l’Occidente, 70 tra Paesi e istituzioni, in un meeting tenutosi a Bruxelles nel maggio 2017, hanno esplicitamente dichiarato che garantiranno solo aiuti che non favoriranno indirettamente il regime di Damasco. Lavandosene di fatto le mani: il fatto che nel futuro della Siria Bashar al Assad sia destinato a svolgere un ruolo primario limita qualsiasi iniziativa di ampio respiro.

La strada è stretta: la Siria ha la certezza di poter contare solo sui suoi principali alleati militari, Russia e Iran, e su una potenza più lontana, ma interessata all’agone mediorientale, la Cina. Ed è proprio su Pechino che Damasco conta per propiziare il futuro sviluppo del Paese.

La Cina vuole contribuire alla ricostruzione della Siria

A Pechino ascoltano interessati: l’ambasciatore siriano nella Repubblica Popolare, Imad Moustapha, lavora da tempo per propiziare un intervento cinese per la ricostruzione del Paese, e nel novembre scorso ha dichiarato al South China Morning Post che le opportunità di investimento disponibili in Siria sono “immense”.

Dal canto suo, il governo di Xi Jinping immagina per la Siria del dopoguerra un ruolo importante nella connettività euroasiatica sulle rotte della “Nuova via della seta”. Dopo aver promesso, nel 2017, di investire sino a 2 miliardi di dollari, di recente il presidente impegnato in un tour del Medio Oriente per il China-Arab States Cooperation Forum ha annunciato un ulteriore pacchetto di interventi economici nella regione dal valore di 23 miliardi di dollari, di cui una parte significativa non potrà non prendere la rotta di Damasco.

Numerose imprese cinesi attive nel settore delle costruzioni hanno già, per precauzioni, aperto filiali in Libano pronte ad accaparrarsi remunerativi contratti dopo la fine della guerra. Come dichiarato da Rasmus Jacobsen di Atlas Assistance a Global Risk Insights, lo sviluppo di un piano di ricostruzione della Siria richiede in primo luogo un progetto di ammodernamento dei suoi porti, dato che l’indotto dei lavori porterebbe a una richiesta annua di materiali pari a 30 milioni di tonnellate di materiali, il doppio della capacità cumulata di Latakia e Tartus. Prima che una Siria ricostruita entri nella Belt and Road Initiative, in ogni caso, numerose situazioni dovranno evolversi. Perché la Cina non è affatto disposta a investire a fondo perduto nella ricostruzione.

Il triplice dilemma degli investitori cinesi

Sono tre le questioni che il governo e gli investitori cinesi vogliono verificare prima di organizzare la loro spedizione siriana. Shannon Tiezzi di The Diplomat ha analizzato con chiarezza le prime due: in primo luogo, la Cina è particolarmente preoccupata circa la durata del conflitto. “Le imprese cinesi potrebbero avere scarsi incentivi a investire in Siria finché esisterà la possibilità di un contrattacco delle opposizioni”, ha scritto la Tiezzi, che poi ha individuato nel farraginoso quadro legale il secondo punto scottante.

Il governo di Assad, di recente, ha promulgato la Legge 10, regolante la ricostruzione e la proprietà terriera, che limita a due mesi il tempo massimo che i cittadini, compresi gli 8 milioni di rifugiati che vivono fuori dal Paese, avranno per reclamare, dopo la fine del conflitto, la proprietà di un terreno interessato da un lavoro edilizio. Il provvedimento esautora i governi locali e le comunità e penalizza fortemente la credibilità del regime per un’ordinata e corretta ricostruzione che vada a beneficio della società e dell’economia. Tutto questo a svantaggio della prospettiva di un intervento della Repubblica Popolare, che chiede un quadro legale ordinato nei Paesi in cui decide di investire.

Vi è poi, terzo e ultimo punto, l’atavica questione della corruzione interna ai centri di potere vicini al governo, tra le cause delle prime rivolte anti-Assad del 2011, che la guerra ha ulteriormente alimentato. Come scritto da Neil Thompson su Informed Comments, la Cina vuole evitare che la ricostruzione della Siria si trasformi in un’occasione, per Assad, di ricompensare con laute tangenti e commesse i lealisti più fedeli, deteriorando di conseguenza l’efficacia del processo.

La Cina tratta la Siria con la dignità di uno Stato sovrano, ma non dà nulla per scontato nei rapporti con Damasco: se Assad vorrà cogliere un’opportunità tanto importante per il futuro del suo Paese e del suo popolo, dovrà necessariamente tenere conto delle aspettative cinesi, che vedono prospettive interessanti in una Siria tuttora intenta a combattere per la sua sopravvivenza presente.

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