Storicamente legata alla Russia da un rapporto di intensa amicizia e alla Cina da una marcata rivalità, l’India è ritenuta da più parti una superpotenza in divenire in ragione della demografia – quasi un miliardo e quattrocento milioni di abitanti –, dell’influenza culturale – dall’indosfera a Bollywood –, dell’arsenale atomico – l’ottavo al mondo – e delle potenzialità nell’economia, nell’alta tecnologia e nell’industria spaziale.

Non allineata sin dall’epoca di Jawaharlal Nehru, nonostante le mai nascoste simpatie per l’Unione Sovietica ed Israele, l’India degli anni Duemila è una fotografia sbiadita dell’India del secondo Novecento, perché crescentemente identitaria (in direzione di un’induizzazione esclusivistica ed antagonistica) e orientata a Occidente in funzione di contenimento anticinese.

Nei prossimi anni, complice l’aggravamento della competizione tra grandi potenze, che sta dando luogo ad una ripolarizzazione del mondo in blocchi contrapposti, è possibile che l’India venga chiamata dagli Stati Uniti ad effettuare una scelta di campo netta, e destinata ad incidere profondamente nelle relazioni internazionali nel cosiddetto Indo-Pacifico, da qui la necessità di leggerla e scrutarla utilizzando gli occhiali di Russia e Cina.

Un triangolo complesso

Né amici né nemici: può essere riassunto così il rapporto in essere tra la Russia di Vladimir Putin e l’India di Narendra Modi. Il perché è semplice e, tra le altre cose, si chiama Cina. Questi tre Paesi, infatti, sono al tempo stesso legati da esigenze reciproche ma anche frenati da storiche divergenze. Il turbolento asse Pechino-Nuova Delhi, nonostante sia alimentato dai flussi commerciali provenienti da oltre la Muraglia, risente di ataviche questioni storiche e politiche irrisolte, tra cui il contenzioso sui confini. Di Russia e Cina abbiamo scritto a più riprese: siamo di fronte a una convergenza necessaria per controbilanciare il Washington Consensus e dare adito a interessi di parte, tanto economici quanto geopolitici. Per quanto riguarda l’ultimo lato del triangolo, ossia Mosca-Nuova Delhi, il Cremlino ha foraggiato il governo indiano garantendogli forniture militari e cooperazione tetnica.

Eppure la presenza indiretta nello scacchiere di Cina (rivale indiana e alleata di ferro russa) e Stati Uniti (alleati dell’Elefante indiano) costringe i russi a frenare gli entusiasmi.

Il fattore Covid19

La pandemia di Sars-CoV-2 ha spinto la Russia ad approfondire il dialogo con l’India. Il nuovo tema di interesse? Il vaccino anti-Covid. Sappiamo che Mosca può contare sullo Sputnik V, ufficialmente il primo vaccino registrato al mondo, ma che la sua potenza di fuoco latita. In altre parole, servono strutture produttive per sfornare milioni di dosi da poter esportare in tutto il pianeta.

L’India, notoriamente conosciuta per essere “la farmacia del mondo”, si è accordata con i russi per produrre lo Sputnik in loco. Poco importa se la diplomazia del vaccino indiana – rientrata precipitosamente dopo il ritorno di fiamma del Covid che ha travolto il Paese – ha insediato quella cinese. In questo caso la realpolitik ha prevalso su tutto il resto.

La locomotiva cinese

Per quanto riguarda il sudest asiatico, stiamo parlando del cortile di casa cinese, in parte conteso con l’India. La Russia, molto più a suo agio in Asia centrale, deve al momento accontentarsi di attivare la leva dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) e poco altro. È la Cina a far la voce grossa nella regione, con relazioni economiche privilegiate con praticamente tutti i Paesi dell’ASEAN, l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico. È vero che in ballo ci sono irrisolti nodi geopolitici e rivalità storiche, tra isole contese e liti sui confini marittimi. Ma è altrettanto vero che nessuno, soprattutto per ciò che riguarda i Paesi in via di sviluppo dell’area, ha intenzione di sacrificare gli enormi investimenti cinesi.

Pechino, infatti, tra infrastrutture di vario tipo e porti, ha mosso diversi miliardi di yuan per accrescere la propria presenza nel sud-est asiatico. Se da un lato l’ombra cinese minaccia i governi locali, dall’altro la presenza del Dragone funge da vero e proprio volano di crescita per tutti i membri dell’ASEAN. La Cina lo sa, e sfrutta legittimamente la sua posizione per ritagliarsi un ruolo da protagonista. Un ruolo, tra l’altro, accresciuto ulteriormente dalla Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), l’accordo economico-commerciale tra i 10 Paesi ASEAN, Cina, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Australia.

Pechino, insomma, ha dimostrato di essere una locomotiva dorata. Del resto basta dare un’occhiata ai numeri: il Vietnam ha fatto registrare una crescita del Pil pari a +2.6%, ed è l’unica nazione dell’Asia a crescere – nonostante la pandemia – insieme alla Cina. Secondo gli analisti, inoltre, nel 2021 è lecito attendersi un’impennata del Pil delle economie ASEAN. Si va dal possibile +6% dell’Indonesia al quasi +7% della Cambogia, dal +7.5% delle Filippine al circa +8% della Malesia. Quella cinese sarà pure una presenza ingombrante, ma, a quanto pare, economicamente più che conveniente.

La Russia, l’India e il Sud-Est asiatico

La relazione tra India e Russia continua ad essere connotata da cordialità e forte volontà cooperativa nei settori strategici, come energia, armamenti e spazio, nonostante il nuovo secolo le abbia condotte rispettivamente ad avvicinarsi agli Stati Uniti e alla Cina. Il mantenimento in essere della loro relazione ad uno stato ottimale è stato reso possibile dall’impiego di un saggio discernimento: entrambe le potenze, invero, hanno evitato accuratamente di sacrificare sull’altare della contingenza quella che è un’amicizia di lunga data.

Non è dato sapere se suddetta condizione di equilibrio sia destinata a saltare, ciò che è noto è che, allo stato attuale delle cose, l’americanizzazione dell’agenda estera di Nuova Delhi e la sinizzazione di quella di Mosca non hanno (ancora) prodotto implicazioni o ricadute negative sulla qualità dei loro rapporti. Fatti e numeri possono contribuire ad illustrare lo stato di salute dell’asse tra l’Orso e l’Elefante:

Il futuro e le ragioni dell’asse russo-indiano

La Russia non ha intenzione di sacrificare l’amicizia con l’India sull’altare dell’intesa cordiale con la Cina per una ragione molto semplice: trattasi di una carta jolly di importanza fondamentale nell’ambito di quella partita a scacchi che è la competizione tra grandi potenze, o meglio che è la storia del mondo. Nella consapevolezza che nessuna alleanza è eterna, e che l’intesa cordiale con Pechino non è strategica, ma tattica, Mosca abbisogna di una Nuova Delhi amica e coinvolta attivamente nelle dinamiche eurasiatiche in un’ottica di prevenzione.

È in questo contesto di profilassi della sinizzazione dell’Asia che si inquadrano la realizzazione della rotta marittima Vladivostok-Chennai, la costruzione da parte russa di una cintura di contenimento nel Sud-Est asiatico, il crescente dinamismo indiano in Asia centrale, Siberia, Estremo Oriente e Artico – benvisto, benvoluto e benedetto dal Cremlino – e persino il possibile ingresso dell’India nell’Uee.

Sarebbe erroneo, tuttavia, leggere ed esplicare il rafforzamento dell’asse tra Mosca e Nuova Delhi in un’ottica squisitamente anticinese, perché è interesse precipuo della prima che la seconda compartecipi attivamente alla transizione multipolare e alla stabilizzazione dell’Asia – da qui, ad esempio, gli sforzi trilaterali (con Pechino) in direzione della de-dollarizzazione – e che eviti di trasformarsi, nel perseguimento di una deleteria agenda anticinese tout court, un satellite abulico e apatico al servizio di Washington – e quindi una potenziale insidia anche per i russi.

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