Lo sviluppo della “Nuova via della seta” portato avanti dalla Cina di Xi Jinping si trova a dover affrontare, nella sua diramazione oceanica, l’ostacolo dei “colli di bottiglia” entro cui le rotte commerciali dovranno, in futuro, essere costrette a transitare e che potrebbero causarne un’interruzione in caso di crisi diplomatiche o tensioni regionali.

Tra questi “colli di bottiglia”, il canale di Malacca, lunghissima e stretta via marittima che separa la penisola malese dall’isola indonesiana di Sumatra, rappresenta una fonte di preoccupazione costante per i leader politici e militari di Pechino, dato che attraverso questa esile linea di comunicazione transitano in media 15,2 milioni di barili di petrolio ogni giorno, il 40% dei quali è destinato ad alimentare l’economia cinese.

Per ovviare a tale rischio securitario e geopolitico, la Cina sta portando avanti da diverso tempo un progetto congiunto con la Thailandia per la  costruzione di un canale che, tagliando l’istmo di Kra, nel sud di quest’ultima, garantirebbe un accorciamento delle rotte marittime di 1200 km e rivoluzionerebbe le dinamiche strategiche e commerciali dell’Indo-Pacifico.

Progetto accarezzato nell’Ottocento dal realizzatore del canale di Suez Ferdinand de Lesseps, il taglio dell’istmo di Kra potrebbe diventare realtà nel contesto della Belt and Road Initiative, sulla scia di un progetto ambizioso che potrebbe sancire l’ingresso di Bangkok nell’ambito delle potenze commerciali regionali e di cui si è attivamente parlato attivamente in due conferenze tenutesi nella capitale thailandese nel settembre e nel gennaio scorsi, alla presenza di numerosi investitori cinesi ed europei e del Primo ministro Prayuth Chan-ocha.

Il canale nel contesto della “Nuova via della seta”

Secondo analisi commissionate dalle autorità cinesi e dal gruppo di pressione thailandese Thai Canal Association(TCA), la costruzione del canale nell’istmo di Kra costerebbe 28 miliardi di dollari e richiederebbe almeno dieci anni di lavoro, 

Come riporta Rhea Menon su The Diplomatil progetto concordato in un memorandum siglato a Guangzhou nel 2015 è diviso in due parti. La prima è rappresentanza dalla realizzazione stesa del canale, che risolverebbe il cosiddetto “dilemma di Malacca” della Repubblica Popolare, rivoluzionerebbe il commercio sull’asse indopacifico e renderebbe più lineari e sicure le forniture energetiche della Cina. La seconda consiste nella trasformazione della Thailandia in un vero e proprio “hub logistico” attraverso la costruzione di porti, scali commerciali e isole artificiali e lo sviluppo di zone economiche speciali nelle aree rivierasche.

Il progetto dell’istmo di Kra rientra nella strategia politico-commerciale della Cina che sta permettendo a Pechino un incremento della sua influenza su nazioni ad essa tradizionalmente scarsamente legate, come le Filippine e Singapore: portare la Thailandia, storico alleato di Washington, nel cuore stesso della BRI rappresenterebbe un risultato fondamentale per la grande strategia del governo di Xi Jinping. Ma gli ostacoli verso lo scavo dell’istmo sono notevoli e di difficile superamento.

Le tre grandi sfide della Cina nell’istmo di Kra

Sono almeno tre, infatti, i nodi cruciali che Cina e Thailandia si trovano costrette ad affrontare. In primis, il rischio securitario, connesso alla presenza del movimento guerrigliero dei musulmani Manay nel Sud del Paese, retaggio di un’ostilità tra questi e la maggioranza buddhista che risale all’annessione del regno di Patani da parte di Bangkok nel 1902 e che potrebbe essere amplificato dall’ingerenza cinese in maniera simile a quanto accade attualmente in Pakistan nello Stato del Balochistan.

Non da sottovalutare, inoltre, è la questione ambientale: i maxi-progetti simili a quello previsto per il canale di Kra comportano sconvolgimenti di enorme portata agli ecosistemi locali, e non è ancora certa la conoscenza degli effetti che lo scavo dell’istmo potrà produrre tanto sul contesto thailandese quanto sulle dinamiche indo-pacifiche a seguito dell’apertura del nuovo collegamento.

Vi è, infine, un rischio geopolitico, incarnato soprattutto dai timori dell’India di un possibile utilizzo del canale a scopi militari. La rivalità marittima sino-indiana è fortemente sentita da Nuova Delhi, che sta cercando di sottrarre all’influenza cinese le nazioni del gruppo Asean; il canale di Kra rivoluzionerebbe gli scambi commerciali nell’Indo-Pacifico, ma permetterebbe alla marina di Pechino un più facile accesso alle rotte occidentali in caso di conflitto con l’India. Tali questioni sono di difficile soluzione: Cina e Thailandia dovranno cercare di coinvolgere gli altri attori regionali nel progetto e convincerli della sua potenziale utilità per il progresso della regione se vorranno portarlo a compimento senza ostacoli e rischi.

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