In principio tutti i riflettori erano puntati sulla Belt and Road Initiative, nata come OBOR (One Belt One Road) e poi trasformata, dal punto di vista terminologico, nella Nuova Via della Seta. Accanto a questo progetto di punta, svelato nel 2013 da Xi Jinping, la Cina aveva lanciato il piano strategico nazionale Made in China 2025, a sua volta incastonato nei tradizionali piani quinquennali varati da Pechino.

La pandemia di Covid-19 e le tensioni geopolitiche globali, salite alle stelle in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina e del surriscaldamento della questione taiwanese, hanno costretto il Dragone a rivedere i suoi piani, calibrare gli sforzi e, soprattutto, gli investimenti. Se la Belt and Road si è evoluta in una sorta di Belt and Road 2.0, allo stesso tempo Xi ha lanciato altre iniziative volte a rimodellare la governance globale, secondo la Cina eccessivamente sbilanciata in favore degli Stati Uniti e del blocco occidentale.

Citiamo la Global Development Initiative (GDI) e la Global Security Initiative (GSI), quest’ultima scritta, nero su bianco, nel rapporto di lavoro partorito in occasione del recente XX Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC). “Un antico filosofo cinese ha osservato che tutti gli esseri viventi possono crescere fianco a fianco senza danneggiarsi l’uno con l’altro, e che strade diverse possono correre in parallelo senza interferire l’una con l’altra. Solo quando tutti i Paesi perseguiranno la causa del bene comune, vivranno in armonia e si impegneranno nella cooperazione per il reciproco vantaggio, ci sarà prosperità sostenuta e sicurezza garantita”, ha affermato il presidente cinese spiegando che la Cina ha lanciato la GSI seguendo questo spirito. Ma di che cosa si tratta?



L’agenda del Dragone

Proprio come altri programmi globali made by China, ovvero la Belt and Road Initiative per la costruzione di infrastrutture e la Global Development Initiative per aiutare le nazioni emergenti ad affrontare la povertà e altre sfide, anche la Global Security Initiative è ricca di parole ma molto sfumata per quanto riguarda i dettagli concreti. Il motivo è semplice: la Cina intende modellare le proprie iniziative al susseguirsi degli eventi, in modo tale da poter adattare i piani all’evolversi della situazione globale. Come del resto è già accaduto per la BRI.

Quando ne ha parlato per la prima volta al Boao Forum di Shanghai, lo scorso aprile, Xi spiegava che la GSI avrebbe fornito un quadro di principi per gli affari globali e la diplomazia volti a rendere il mondo un posto più sicuro. I media cinesi descrivono l’iniziativa come “un altro bene pubblico globale offerto dalla Cina” che contribuirà con “soluzioni e saggezza cinesi” a “risolvere le sfide alla sicurezza che l’umanità deve affrontare”. Ricordiamo che il termine sicurezza, in questo caso, non deve essere inteso soltanto in relazione alla Difesa e all’ambito militare; coinvolge anche cibo, clima energia, catene di approvvigionamento e commercio.

E allora che cos’è la GSI? A prima vista sembrerebbe trattarsi di un’iniziativa con la quale la Cina proverà a proporre un’architettura di sicurezza regionale, e poi globale, alternativa a quella esistente che, con il passare del tempo, sia capace di allontanarsi dal sistema postbellico di alleanze e partnership create dagli Stati Uniti.

La nuova sfida contro gli Usa

La nuova sfida lanciata dalla Cina agli Stati Uniti non riguarda tanto i due Paesi in sé, quanto, piuttosto, il modo di concepire l’ordine globale. Una concezione, quella cinese, ben distante dall’interpretazione politica, economica e culturale a trazione statunitense. È per questo che il segretario di Stato americano Antony Blinken ha definito la Cina “la più seria sfida a lungo termine all’ordine internazionale”. La Cina, allo stesso tempo, sostiene che sono gli Stati Uniti e i loro alleati ad essere la forza “destabilizzante” del pianeta.

Facendo leva su questa narrativa, Pechino intende quindi utilizzare la GSI per scardinare le certezze di Washington nella regione dell’Asia-Pacifico, in Africa e nel Sud America. Come ha sottolineato Nikkei Asia, il Dragone ha gettato le sue fondamenta diversi anni fa, quando Pechino ha iniziato a ripetere il concetto di “comunità umana dal destino condiviso” o anche “comunità di destino comune”, concetto menzionato per la prima volta durante il rapporto dell’allora presidente Hu Jintao al Congresso del Partito del 2012.

“La Cina ha costruito con molta attenzione questo nuovo ordine fondamentalmente asiatico e poi globale. A quel punto ha poi stabilito i principi fondamentali e sta compilando i dettagli”, ha affermato David Arase, professore di politica internazionale presso l’Hopkins-Nanjing Center, parte della Johns Hopkins University School of Advanced International Studies. Pechino ha quindi ampliato la sua narrazione annunciando “sei impegni” in politica estera: mantenere l’impegno per una sicurezza globale, cooperativa e sostenibile; rispettare la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i Paesi; rispettare i principi della Carta delle Nazioni Unite; prendere sul serio le legittime preoccupazioni in materia di sicurezza di tutti i Paesi; risolvere pacificamente le controversie attraverso il dialogo; e mantenere la sicurezza in entrambi i domini tradizionali e non tradizionali. Tutto questo, ha spiegato il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, “migliora e va oltre la teoria occidentale della sicurezza geopolitica”.

Gli ultimi tasselli del mosaico cinese coincidono con la GDI e la GSI. Da questo punto di vista possiamo dire che il Dragone sta lavorando diplomaticamente su più fronti, anche attingendo al malcontento di vari Paesi nei confronti dell’attuale sistema di governance globale. Al vertice BRICS di giugno, ad esempio, Xi ha esortato Brasile, Russia, India e Sud Africa a collaborare con la Cina “per rendere operativo il GSI e portare più stabilità ed energia positiva nel mondo”. Il mese precedente, Wang Yi ha trovato risposte positive da parte del suo omologo uruguaiano, che ha affermato che il GSI è “altamente coerente” con la filosofia di politica estera dell’Uruguay, e da quello del Nicaragua, che ha affermato che la sua nazione voleva aderire, alle letture cinesi del mondo.

L’architettura globale della Cina

Unendo tutti i punti è possibile intravedere il profilo dell’architettura globale immaginata dalla Cina. Attraverso il piano Made in China 2025, Pechino intende sviluppare il proprio settore manifatturiero implementando i rapporti con i Paesi più avanzati per diventare una potenza hi-tech. La BRI offre infrastrutture e dialogo con l’intenzione di mettere in contatto i mercati cinesi, africani ed europei, così da creare, almeno nell’immaginario cinese, una grande area dove poter implementare gli scambi commerciali e culturali. Arriviamo così alla GDI e GSI.

Con la GDI, proposta da Xi nel bel mezzo della 76esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 22 settembre 2021, la Cina intende uniformare le proprie attività internazionali alle politiche delle Nazioni Unite, con l’intento di raggiungere, entro il 2030, i Sustainable Development Goals, tra cui la riduzione della povertà, la food security e la ripresa economica.

Con la GSI, invece, Pechino punta a rafforzare i legami di Difesa con l’Asia, l’Africa e, in generale, con i Paesi in via di sviluppo fornendo addestramento militare e condividendo informazioni di intelligence, anche legate all’antiterrorismo. Tra gli scopi della GSI troviamo la diffusione delle forze dell’ordine e delle pratiche di sicurezza in stile cinese. Mentre la GDI non sembra aver fin qui incontrato troppi ostacoli sul suo cammino, la GSI deve fare i conti con due problemi: le controversie territoriali che coinvolgono la Cina nel sud-est asiatico e nel Mar Cinese Meridionale, che limitano l’interazione tra il Dragone e i suoi vicini di casa, e la vasta rete di legami militari precedentemente instaurata dagli Stati Uniti con vari Paesi del mondo. La Cina ha tuttavia intenzione di andare fino in fondo.

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