La Cina è indubbiamente in testa nella corsa globale alla risposta al coronavirus. Il Paese in cui il virus si è manifestato per la prima volta ha estinto il maggior focolaio di infezione a Wuhansta espandendo la propria influenza e il proprio soft power con la fornitura e la vendita di aiuti e dispositivi sanitari ai Paesi più colpiti e un’attenta incentivazione della sua immagine, ha ottenuto nuovamente il ruolo di “motore” della ripresa del mondo dopo un primo trimestre choc per la sua economia.

Addirittura il Financial Times è arrivato attraverso un editoriale collettivo del suo board a segnalare come Pechino abbia nella crisi economica un’occasione per ambire alla leadership globale emergendo, come nel 2008, in testa tra i Paesi intenti a porre fine alla recessione mondiale con un profondo intervento a sostegno della sua economia.

L’inopinata decisione di Donald Trump di sospendere i finanziamenti all’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rappresentato una vittoria strategica per Xi Jinping, ottenuta secondo la logica di Sun Tzu che privilegia i successi conquistati senza scendere in campo: poco dopo aver accettato gli aiuti sanitari di Pechino contro la dura emergenza sanitaria l’amministrazione a stelle e strisce ha concesso la leadership a Pechino in un’altra organizzazione internazionale.

“Una parte importante di questo apparato”, spiega a Il Sussidiario il filosofo Massimo Introvigne, “è stata dispiegata all’Onu, dove vale il principio che un voto vale uno. Cioè Andorra conta come gli Stati Uniti. Pechino si è legata a paesi nei suoi confronti debitori, soprattutto in Africa, che tiene per il collo e che votano come e con la Cina. Ha stretto alleanze con regimi che vanno dalla Russia al Venezuela e alla Siria, che votano con la Cina e viceversa”.

Anche in Italia Pechino riscuote consensi: la tempestività degli aiuti a Roma e lo sfoggio di potenza dimostrato contestualmente al loro arrivo hanno portato, secondo un recente sondaggio Swg, la Cina a essere ritenuto il Paese maggiormente amico dell’Italia in questo frangente storico.

La Cina ha strappato agli Stati Uniti, principali rivali strategici, la narrazione e il controllo del flusso informativo sul virus, facendo anche dimenticare errori e presunte imprecisioni nella gestione del contagio a Wuhan. Mike Pompeo, segretario di Stato Usa, ha reagito col più classico dei “falli di reazione” provando a tirar nuovamente in ballo l’ipotesi dell’origine del virus in laboratorio. Ma per Pechino non sono tutte rose e fiori in questo periodo.

La Cina si trova infatti nella condizione di non saper come capitalizzare la vittoria tattica in consolidamento della sua posizione strategica. Secondo Introvigne i cinesi “hanno avuto troppo successo. Questo ha allertato diversi leader come la Merkel, Macron, Johnson e Trump, che hanno detto: basta propaganda, faremo i conti quando sarà finita l’emergenza” mentre l’Italia ancora provata dall’emergenza si qualificherebbe come “ventre molle”. Pechino, inoltre, deve fare i conti con il possibile tracollo della strategia geopolitica e geoeconomica a cui ha vincolato il futuro status nelle relazioni internazionali: la “Nuova via della seta”.

A gennaio 2020 la Belt and Road Initiative sembrava lanciata verso nuovi obiettivi e verso una fase di ampliamento. Nel mondo 251 progetti dal valore complessivo di 3,7 trilioni di dollari erano stati approvati nel quadro del suo sviluppo. Come sottolinea Oil Pricein seguito la crisi mondiale e le prospettive di una recessione planetaria per il 2020 hanno aumentato le incretezze sulla concreta realizzazione del piano infrastrutturale e della strategia geoeconomica cinese. In primo luogo, viene messa in discussione la globalizzazione dei mercati e delle catene del valore in cui la Bri si inseriva non come fattore di svolta ma come elemento di ri-orientamento; in secondo luogo, la chiusura dei lavori per le opere ha bloccato il flusso internazionale di lavoratori e tecnici cinesi che custodivano il know-how delle opere; infine, i Paesi coinvolti negli investimenti potrebbero iniziare a pensare di focalizzare le loro spese e i loro indebitamenti verso progetti a più diretta prospettiva di realizzazione.

L’ampio sforzo profuso dalla Cina in questo frangente, dalla costituzione della via della seta sanitaria all’aumento del soft power potrebbe guardare al futuro periodo di vacche magre: Pechino potrebbe riprendersi in prima persona ma subire un rimbalzo della sua strategia geopolitica più importante. Ottenendo al tempo stesso i maggiori guadagni e subendo al contempo le maggiori perdite nella fase di superamento della crisi sanitaria. La presente epoca vive di paradossi: e sullo scarto tra guadagni e perdite la Cina potrà effettivamente trarre le conseguenze del coronavirus per le sue ambizioni di potenza mondiale.

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