La Banca Mondiale ha finanziato, senza volerlo, la repressione degli uiguri nello Xinjiang. Le intenzioni dell’organizzazione mondiale internazionale erano a dire il vero buonissime: investire 50 milioni di dollari in un progetto per migliorare l’istruzione e la formazione scolastica dei bambini locali. Il problema è che la somma stanziata per il piano “Xinjiang Tecnica and Vocational Education and Training Project” è stata dirottata per altri scopi. Secondo quanto riportato da Foreign Policy, almeno 30.000 dollari sono stati utilizzati dalle scuole della provincia più occidentale della Cina per incrementare la sorveglianza interna ed esterna degli stessi istituti. I documenti mostrano come questa cifra sia servita per acquistare dispositivi di sicurezza d’alta gamma, filo spinato, gas lacrimogeni e altro ancora.

Finanziare la repressione

Ad accorgersi di quanto accaduto è stata la Commissione esecutiva del Congresso sulla Cina, un’agenzia governativa degli Stati Uniti che monitora la questione diritti umani oltre la Muraglia. Ebbene, l’ente ha spedito una lettera a David Malpass, presidente della Banca Mondiale, esprimendo massima preoccupazione per l’ingente progetto destinato allo Xinjiang. Il programma, il cui scopo, sulla carta, è rafforzare l’istruzione locale, è stato affidato al Dipartimento della Pubblica Istruzione dello Xinjiang, una regione finita nell’occhio del ciclone per il trattamento adottato dal governo cinese per neutralizzare la minaccia del fondamentalismo islamico.

La comunità internazionale sostiene che la Cina abbia usato la scusa del terrorismo per reprimere e sinizzare la minoranza etnica cinese turcofona degli uiguri, che ha sempre mal digerito la cultura han. In ogni caso, nello Xinjiang vivono circa 10 milioni di uiguri e un milione di questi è internato in appositi edifici. Campi di rieducazione, secondo l’Occidente; campi volontari in cui affinare le proprie competenze e apprendere la cultura cinese, ribatte la Cina. In ogni caso è indubbio che la Cina abbia scelto di usare il pugno duro per ristabilire l’ordine in un’area carica di tensioni e fonte di destabilizzazione interna, tra tecnologie all’avanguardia e un controlli asfissianti.

Un progetto da rivedere

Messa all’angolo per quello che sembrerebbe un chiaro episodio di negligenza, la Banca Mondiale ha affermato che il programma allestito era stato curato in modo tale che il finanziamento non potesse essere usato per favorire le violazioni dei diritti umani in alcun modo. Una delle scuole accusate di aver dirottato i denari di aiuto in strumenti repressivi è la Yarkand Technical School, gestita a sua volta da una seconda scuola nell’ambito del progetto internazionale citato. La Yarkand ha speso 30 mila dollari per oggetti non propriamente adatti a istruire ragazzi: 100 manganelli antisommossa, 400 set di indumenti mimetici, 60 paia di guanti resistenti alle pugnalate. E ancora: 45 caschi, 12 metal detector, altri 10 manganelli ma di un modello destinato alla polizia e tanto filo spinato. Questo è il contenuto di un bando di gara datato 2018 scoperto per caso da un ricercatore. A questo punto sorgono dubbi riguardo eventuali legami tra campi di detenzione e le scuole che dovrebbero invece essere destinatarie di aiuti internazionali. Un tarlo inizia a insinuarsi nella Banca Mondiale: le istituzioni che hanno ricevuto i finanziamenti sono per caso scuole illegittime?

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