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Dall’inizio dell’escalation estiva a cavallo del 38esimo parallelo, la Russia di Vladimir Putin ha giocato un ruolo estremamente delicato e di equilibrio fra le condanne della comunità internazionale, le risposte muscolari di Donald Trump e gli approcci diplomatici della Cina. Il capo del Cremlino ha finora sposato la linea cinese, ovvero quella rivolta al dialogo, al sostegno delle condanne della comunità internazionale – in particolare attraverso il rispetto e il favore nei confronti delle sanzioni imposte in sede Onu – e alle risposte negative nei confronti delle frasi di Trump, che ha più volte confermato non soltanto la fine della politica del dialogo con Pyongyang, ma anche la possibilità sempre più concreta di un intervento militare. In questo frangente, Putin ha sempre mantenuto la barra dritta, chiedendo da una parte la fine delle provocazioni di Kim Jong-un, considerate scellerate da parte del presidente russo, ma, dall’altra parte, chiedendo a gran voce a Washington e Seul di fare un passo indietro per cercare di evitare che il dittatore nordcoreano utilizzasse il pretesto delle esercitazioni per avviare nuovi test balistici.

L’approccio russo è stato finora l’unico ad apparire percorribile se non si vuole giungere a un conflitto che avrebbe conseguenze a dir poco disastrose sia per i coreani – di entrambe le parti – sia per la stabilità dell’Asia e non solo. Un approccio che è sia astuto, da un punto di vista politico, sia molto pragmatico da un punto di vista strettamente tecnico. Il mondo sa che la guerra non è una soluzione, e la comunità internazionale è schierata per l’impossibilità di approvare un’opzione militare. Tutti sono consapevoli che è altamente improbabile la risoluzione militare. Tuttavia, il fatto che Trump minacci l’uso dell’arsenale atomico e i test nucleari di Kim non inducono a un eccessivo ottimismo, mantenendo alta la tensione e la paura che possa esserci un incidente dai risvolti tragici. La realtà è che si è giunti a una situazione di stallo, tipica del mondo nucleare, in cui l’unica alternativa è riuscire a trovare misure adeguate per convincere Kim a desistere e, nello stesso tempo, fare in modo che non si senta “minacciato” dalle scelte militari del Pentagono e degli alleati del Pacifico. Una situazione che avvantaggia parecchio le azioni del Cremlino perché si trova nella posizione di poter essere considerato un partner affidabile sostanzialmente da tutte le parti in causa. Lo è per la Corea del Nord, che ha da sempre intrecciato rapporti economici e militari con Mosca; lo è per la Corea del Sud, che sa perfettamente di non poter rischiare una guerra che vedrebbe coinvolti milioni di suoi cittadini; lo è per la Cina, che è ormai un alleato della Russia sia dal punto di vista politico sia dal punto di vista energetico ed economico; e lo è anche per la comunità internazionale in generale, grazie al fatto che la Russia, nel bene o nel male, ha dimostrato di volere fare qualsiasi cosa per evitare una guerra.

L’incontro delle ultime ore a Vladivostok fra Putin e il presidente sudcoreano Moon Jae-in, che aveva chiesto l’aiuto al presidente russo per fermare l’escalation militare con la Corea del Nord, è un segnale inequivocabile del ruolo assunto da Putin nelle ultime settimane. Il presidente russo ha invitato Seul a non spingere Pyongyang in un angolo, sollecitando nuovi colloqui in cui si è detto pronto a fare da mediatore. “È  impossibile risolvere i problemi della penisola coreana solo con le sanzioni e la pressione. Ora più che mai, tutti devono dimostrare sangue freddo ed evitare passi che portino ad una escalation della tensione”. Queste le parole del presidente russo dopo il bilaterale con Moon Jae-in a margine del Forum economico orientale. Putin, anche in questo frangete, si è dimostrato un perfetto equilibrista. Per mostrare a Moon Jae-in di sostenere l’azione politica di Seul, ha assicurato che la Russia “non riconosce lo status nucleare della Corea del Nord”, aggiungendo inoltre che il programma nucleare di Kim Jong-un rappresenta una “sfacciata violazione” delle risoluzioni Onu che hanno sanzionato il regime. Poi, al fine di tutelare anche gli interessi nordcoreani, evitando di mostrarsi eccessivamente a sostegno della posizione sudcoreana, ha ricordato che “è chiaro che è impossibile risolvere il problema della penisola coreana solo con le sanzioni e le pressioni”, proponendo anche progetti economici triangolari fra Mosca, Seul e Pyongyang.

Da Vladivostok, giunge poi un’ulteriore conferma di questo nuovo ruolo di mediazione che Putin si è ritagliato in Asia orientale. Domani, il presidente russo incontrerà il premier giapponese, Shinzo Abe, per la seconda volta in quattro mesi, proprio per discutere dei piani di Tokyo nei confronti della Corea. “Il Giappone si coordinerà con la Russia e con la comunità internazionale per far capire alla Corea del Nord che, se prosegue con le sue attuali politiche, non l’attende un buon futuro”. Queste le parole di Abe che, pur apparendo minacciose, dall’altro mostrano la necessità sentita da Tokyo di avere il supporto russo in questo delicato momento di crisi. E questa richiesta di aiuto alla Russia – se così si può dire – che arriva da parte dei maggiori alleati di Washington in Asia, dimostra che la politica di Putin sta ottenendo i risultati sperati. La Russia sta, infatti, riuscendo a guidare la comunità internazionale nella risoluzione della crisi, colpendo duro quando serve, ma mantenendo un profilo defilato rispetto alle altre superpotenze coinvolte, anche senza attaccare troppo duramente il regime nordcoreano. Una direzione politica che farà ricadere sulla Russia accuse di cerchiobottismo o di complicità con il governo di Kim Jong-un, ma che, allo stesso tempo sembra l’unica in grado garantire la sicurezza del settore orientale dell’Asia. E di fronte a una minaccia nucleare, non può esserci partigianeria. Bisogna sostenere chiunque riesca a evitare un conflitto catastrofico.

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