Il presidente cileno Sebastian Pinera ha deciso di procedere, per cercare di placare la piazza che continua a contestarlo, ad un maxi-rimpasto del suo esecutivo. Il tentativo, però, sembra destinato al fallimento. La sostituzione dei Ministri dell’Interno, delle Finanze e del Lavoro, infatti, non ha impedito ai contestatori di tornare nelle strade, nella giornata di lunedì, per chiedere a gran voce le dimissioni del Capo di Stato. Nel corso delle proteste hanno preso fuoco, nel centro della capitale Santiago, un negozio di abbigliamento, un McDonald ed un centro medico: le forze di polizia hanno invece usato cannoni ad acqua, proiettili di gomma e gas lacrimogeni per cercare di disperdere la folla. Karla Rubilar, portavoce del governo, si è chiesta come violenze e distruzioni possano aiutare il Cile a divenire un Paese migliore. Una domanda legittima che ha, però, molteplici risposte.

Un Paese diviso

L’attuale ondata di proteste, che sta colpendo la nazione ormai da alcune settimane, è stata innescata dalla decisione dell’esecutivo di aumentare il prezzo dei biglietti della metropolitana di Santiago. I dimostranti, guidati perlopiù da studenti liceali ed universitari, avevano dato il via a violente contestazioni, causando gravi danni al sistema di trasporti della capitale e scontrandosi con la polizia. In un primo momento l’amministrazione Pinera aveva proclamato lo stato d’emergenza a cui si era aggiunta la decisione, presa dalle Forze Armate, di imporre il coprifuoco. Le dimostrazioni si erano poi estese anche ad altre città del Paese mentre, con il passare dei giorni, il Presidente ha mostrato toni via via più concilianti nei confronti dei manifestanti promettendo una serie di riforme economiche: dall’innalzamento delle pensioni minime al congelamento delle bollette elettriche passando per una copertura statale delle cure mediche. Il problema di fondo è che le posizioni della piazza e della presidenza sono difficilmente conciliabili, in particolar modo dopo le accuse di brutalità rivolte alle forze di polizia, che includono torture e violenze sessuali e dopo il gravissimo bilancio di tanti giorni di scontri: almeno venti persone hanno, infatti, perso la vita e migliaia sono state arrestate mentre gli incendi hanno devastato svariate attività commerciali. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha inviato un team nel Paese per investigare sui presunti abusi e per cercare di far luce su quanto sta accadendo.

I dimostranti chiedono profonde riforme strutturali che risolvano le gravi ineguaglianze economiche che colpiscono il Cile ed una nuova Costituzione che rompa ogni legame con il regime militare di Augusto Pinochet, al potere tra il 1973 ed il 1990. Queste richieste passano per le dimissioni di Sebastian Pinera che, però, è stato eletto democraticamente nel dicembre 2017 e non ha nessuna intenzione di mollare. La piazza, inoltre, sembra sempre più spezzata tra contestatori pacifici, che hanno invaso in massa le strade di Santiago nella giornata di venerdì ed i violenti.

Una mediazione difficile

La crisi della democrazia cilena, considerata tra le più stabili e sviluppate della regione latinoamericana, assume caratteristiche sempre più preoccupanti. Le fratture tra l’amministrazione Pinera ed una parte consistente della popolazione sono sempre più ampie e probabilmente non più sanabili. Non è però pensabile che le proteste, seppur legittime e giustificate dai gravi problemi socio-economici del Paese, possano rovesciare un governo eletto. Uno sviluppo di questo genere sancirebbe l’inizio del caos e l’avvio di una sorta di periodo rivoluzionario, con tutte le incognite che questo potrebbe comportare per la stabilità della nazione. Le colpe dei diversi esecutivi succedutisi negli anni sono, probabilmente, quelle di non aver voluto agire nei tempi giusti per sanare le ineguaglianze e di aver invece aspettato lo scoppio di violenze e contestazioni per iniziare a farlo. La piazza, invece, non sempre è riuscita ad esprimere le proprie richieste in maniera pacifica ed i disordini rischiano di mettere in ombra le richieste legittime di una parte del popolo. Il futuro politico del Cile continua ad essere appeso ad un filo e probabilmente solo l’intervento esterno di una terza parte potrebbe disinnescare la tensione. Bisognerà vedere, però, chi sarà disposto ad infilarsi nel ginepraio di Santiago.

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