I preoccupanti dati sugli ultimi mesi del 2018 diffusi dall’Istat segnalano che l’Italia sta venendo coinvolta nel più generale contesto di rallentamento dell’export dell’Eurozona e di crescita dell’economia globale che sta coinvolgendo con veemenza anche i nostri principali partner.

In questo contesto, Italia e Germania sono fatalmente collegate. Vincolate da una catena del valore in larga misura comune, che in diversi casi vede l’Italia settentrionale produttrice di semilavorati fondamentali per l’export tedesco, nel cruciale settore dell’auto che è stato tra i più colpiti dalla flessione.

Il surplus commerciale della Germania si sta rivelando un problema crescente, non solo con gli Stati Uniti ma anche con altri partner commerciali, e anche all’interno dell’Unione europea. Il surplus sta diventando tossico e anche in Germania molti ormai sostengono che dobbiamo fare qualcosa al riguardo, allo scopo di abbassarlo. Risulta essere una passività piuttosto che una risorsa”. Così nel luglio scorso si esprimeva eloquentemente ai microfoni della Cnbc Gabriel Felbermayr, direttore del Centro per l’ economia internazionale presso l’Ifo, principale think tank economico tedesco. Ironia della sorte, la recessione imminente ha anticipato qualsiasi proposito di politica economica. Così da risultare doppiamente negativa, coinvolgendo in profondità l’intera struttura economica che fa capo all’industria tedesca.

Gli effetti del crollo dell’output di Berlino, calato del -4,7% su base annua a novembre, rappresentano l’ultimo tassello di una decelerazione avviata da qualche mese e, come scrive Il Sole 24 Ore, “approfondita dal caos indotto dalle nuove regole sulle omologazioni di auto, in coincidenza comunque con un rallentamento delle quattro ruote in molti mercati. Il tutto tradotto a novembre e dicembre in un crollo di produzione di auto di 200mila unità. Per Berlino si tratta di un calo secco del 20% con un unico precedente peggiore: l’ abisso di dicembre 2008, alla vigilia della grande crisi. Stop produttivo che si è già riverberato sull’economia italiana, che proprio in Germania ha il principale mercato di sbocco estero”.

Il +4,4% del periodo gennaio-ottobre 2018, infatti, cozza con il calo percepito dalle aziende manifatturiere nazionali nelle ordinazioni, nei fatturati e nelle commesse che ha assunto proporzioni epidemiche a novembre e dicembre. La meccanica risulta il settore più colpito, complici gli aumenti di influenza dell’export in Germania dell’ultimo decennio: “dal 2000 al 2014, stima l’ ufficio studi di Intesa Sanpaolo, la quota italiana sul valore aggiunto per l’intera metalmeccanica tedesca passa dall’ 1,6 al 2,1%, ancora più alta la quota nell’automotive, salita dal 2,2 al 2,4%”.

Questo contesto sfavorevole pone in evidenza la grande problematica rappresentata dal rapporto osmotico italo-tedesco che ha nella Germania, nella gran parte dei casi, la centrale finale di realizzazione del prodotto oggetto dell’export. Segno di un rapporto di subordinazione iniziato quando l’Italia in entrata nell’euro si incamminò su un terreno favorevole alla Germania, che con il combinato disposto tra svalutazione competitiva interna, mercantilismo e rigore monetario ha trasformato la moneta unica in uno strumento di potenza.

“Questo processo”, ha scritto Limes“ha provocato la trasformazione della Germania da Paese esportatore a piattaforma industriale. Ovvero centro di distribuzione di fasi del processo i cui risultati vengono convogliati nel Paese centrale la cui industria è in gran parte dedicata all’assemblaggio. La catena del valore dell’Europa tedesca include buona parte dell’Europa orientale ma anche l’Italia settentrionale, che complice l’effetto delle politiche di distruzione della domanda interna avviate da Mario Monti negli ultimi anni ha fondato la sua ripresa industriale proprio sull’integrazione nello spazio economico tedesco”, la cosiddetta Kerneuropa.

“Se il segmento italiano delle supply chains tedesche si disorganizzasse, questo creerebbe ulteriori problemi alla Germania, perché, data l’eccellenza tecnica italiana, uscirebbero parti del segmento difficilmente sostituibili”. Ma se ad andare in crisi fosse, in partenza, la testa del sistema, ciò produrrebbe effetti ancora più dirompenti. Perché la Germania possiede, al contrario dell’Italia, lo spazio di manovra politico per andare fuori dalle secche con opportune svolte nelle sue scelte. Come sembra testimoniare il rigetto del dogma dell’austerità e la scelta di puntare su profondi investimenti pubblici paventata dal ministro delle Finanze Olof Scholz. Mentre in questo contesto l’Italia si ritrova a subire: la mancanza, nell’ultima manovra finanziaria, di adeguati progetti di investimento volti a rafforzare una svolta anticiclica ci penalizza. La cronaca incapacità di ricostruire il mercato interno e di difendere le nostre Pmi aggregandole attorno ad attori di medio-grande taglia fa il resto. E nella crisi dell’export, nel 2019, potremmo essere noi a pagare il conto più salato.

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