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Man mano che le elezioni di midterm si avvicinano il dibattito politico americano si infiamma e si arroventa. In attesa del risultato del 8 novembre che rinnoverà l’intera Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato — con inevitabili ripercussioni sull’amministrazione Biden — l’America si divide nuovamente sul problema dell’immigrazione. Non a caso. Nei due anni di presidenza democratica il numero di clandestini fermati dalla polizia di frontiera è aumentato vertiginosamente. Secondo le statistiche ufficiali nel 2022 si contano ormai 2.150.000 richiedenti asilo contro i 1.700.000 dell’anno precedente. Una massa enorme. In più a differenza del passato quando il flusso proveniva principalmente dal Messico, in larga parte sono persone in fuga da paesi autoritari o/e falliti: colombiani (+ 1373%), cubani (+ 475%), venezuelani (+ 293%), nicaraguensi (+238%). Un’umanità disperata e difficilmente rimpatriabile che attende perciò con fiducia l’agognato permesso di soggiorno.

Per il tentennante Biden un nodo inestricabile. Da una parte il presidente ha smontato parte del dispositivo giuridico voluto da Trump consentendo i ricongiungimenti familiari e ha chiuso lo scorso agosto l’operazione “Remain in Mexico”, un piano che parcheggiava i richiedenti asilo in appositi campi dall’altra parte della frontiera dove venivano esaminati i loro dossier dalle autorità americane. Al tempo stesso l’amministrazione ha mantenuto in vigore l’articolo 42 del codice di salute pubblica, un espediente giuridico imposto dal suo predecessore all’inizio della pandemia che ha permesso un milione e trecentomila espulsioni rapide. 

A complicare ancor più le cose ci sono poi i governatori repubblicani degli Stati frontalieri: interpretando i sentimenti del loro elettorato per nulla entusiasta dell’invasione, hanno deciso di “regalare” i migranti ai loro colleghi democratici spedendoli verso le città a guida liberal. Dallo scorso aprile il governatore del Texas Greg Abbott ha spedito 8000 richiedenti — tutti volontari — a Washington e altri 3000 a Chicago e New York. A settembre, vera ciliegina sulla torta, Abbott ha trasportato nella capitale altri 75 richiedenti asilo sbarcandoli sotto casa di Kamala Harris, la vice presidente con delega alle questioni dell’immigrazione. Il politico texano è stato subito imitato dal governatore dell’Arizona Doug Ducey, che da maggio inviato nella capitale altri 1384 “ospiti”, e dal pirotecnico governatore della Florida Ron DeSantis, già celebre per le sue posizioni aperturiste durante la pandemia e la sua opposizione alle leggi pro LGBTQ.

Il quarantaquattrenne Ron, astro nascente del partito repubblicano e possibile erede di Donald Trump, non si è limitato a trasferire migranti nelle metropoli democratiche ma ha voluto alzare il tiro. A suo modo. Lo scorso 14 settembre ha imbarcato su due aerei privati 48 migranti, per la più parte venezuelani, mandandoli a Martha’s Vineyard, la Capalbio americana già cara alla famiglia Kennedy e ora buen ritiro di Barak Obama e dei ricconi progressisti. Un colpo mediatico notevole che ha fatto impazzire di rabbia i media liberal ed entusiasmato la base repubblicana e non solo.  

“Fiero d’aver portato la crisi dell’immigrazione al centro della campagna elettorale” DeSanctis ha incassato l’approvazione di Joe Rogan, conduttore di un popolarissimo podcast, ma anche del multimiliardario Elon Musk, un endorsement non da poco. Alla domanda sul sostegno del babbo di Tesla, il governatore ha scherzato: “Accolgo con favore il sostegno degli afroamericani”. Musk, bianco, è nato e cresciuto in Sud Africa.

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