Negli ultimi mesi sempre più Paesi sono sprofondati in una spirale pericolosa, fatta di crisi economica e carenze alimantari. Si è parlato soprattutto di Tunisia, Egitto, Libano e Siria ma da qualche settimana un altro Paese sta attirando l’attenzione internazionale: l’Iran. Una gravissima crisi sta colpendo Tehran limitando il potere d’acquisto della popolazione. Così i generi alimentari di base sono diventati inaccessibili anche per la classe media. A differenza delle altre nazioni, in Iran sono esplose proteste che hanno causato la morte di almeno cinque persone.

Le origini della crisi 

Sono diversi i fattori che hanno favorito l’insorgere della crisi economica in Iran. Prima della lista la pandemia da Covid-19 che ha bloccato per mesi l’economia, intensificato le spese pubbliche e fatto crollare il prezzo del petrolio. Subito dopo la guerra in Ucraina ha esacerbato le tensioni geopolitiche che da anni affliggono il Paese e ne compromette lo svilupp. Un mix pericoloso potenziato anche con le durissime sanzioni imposte da Usa e Ue che da anni favoriscono la stagnazione economica.

L’economia del Paese è caratterizzata dai settori dell’agricoltura, dei servizi e principalmente degli idrocarburi. L’Iran è infatti al quarto posto al mondo per riserve di petrolio e al secondo per gas naturale. Nonostante abbia un sistema economico notevolmente differenziato, Tehran resta particolarmente dipendente dai proventi del settore energetico e quindi alla sua volatilità. Tra il 2021 e il 2022, un calo delle entrate petrolifere e un aumento delle spese hanno portato il governo ad affrontare un periodo di deficit fiscale che non da segni di diminuzione. Quasi ogni aspetto dell’economia è in regressione. Secondo la World Bank il PIL reale del 2020-2021 è regredito verso quello del 2010-2011 mentre quello pro capite è sceso al livello registrato tra 2004 e 2005.

Ma la crisi ha radici lontane, da quando gli Stati Uniti nel 2018 si sono ritirati dall’accordo sul nucleare iraniano per volontà dell’ex presidente Donald Trump e le sanzioni si sono intensificate. Da quel momento la valuta nazionale, il toman, ha perso l’82% del suo valore e l’inflazione è salita dal 30% a oltre il 40%. La popolazione vive in una situazione di estrema precarietà con la soglia di povertà fissata a 400 dollari al mese per nucleo familiare. La pensione non supera i 7 milioni di toman – 232 euro – e costringe milioni di persone a non riuscire ad arrivare a fine mese.

A causa della guerra in Ucraina prezzi dei generi alimentari sono saliti alle stelle. Prima i prezzi hanno toccato carne e pesce, poi farina e riso scatenando la collera della popolazione che non sa più di cosa cibarsi. Secondo un’intervista realizzata da Le Monde ad esempio il prezzo di una confezione di formaggio costa adesso 30.000 toman, cinque volte di più rispetto a un anno fa e la famiglia intervistata non riesce più a reperire nemmeno lo yogurt, uno degli alimenti fondamentali della dieta iraniana insieme al riso. I prezzi sono diventati inaccessibili sia alle classi povere che a quelle medie. Secondo molti la classe media ormai non esiste più. Già da gennaio in molti si sono riuniti in almeno 80 città iraniane ma è negli ultimissimi mesi che si sono fatte più intense e sono state represse violentemente. 

Le proteste 

Il limite è stato raggiunto quando il 3 maggio il governo guidato dal fondamentalista Ebrahim Raisi ha dichiarato di voler ridimensionare i sussidi per il grano e la farina. Questa mossa ha portato ad un aumento dei prezzi fino al 300% mettendo in estrema difficoltà il potere d’acquisto delle famiglie. La fine dei sussidi ha portato la popolazione a scendere per le strade delle città iraniane dando vita ad una nuova ondata di manifestazioni dopo quelle del 2019. Le prime province toccate sono state quelle meridionali e occidentali tra cui le provincia del Khuzestan, del Chaharmahal Bakhtiari, e le città di Boroujerd nel Lorestan, e Dehdasht nel Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, aree già molto svantaggiate e povere. Sono state registrate anche altre manifestazioni in alcune città dell’area di Esfahan nel centro del Paese e più a est nella provincia di Khorosan Razzavi. A Tehran le manifestazioni sono arrivate il 15 maggio proseguendo per diversi giorni. 

Le manifestazioni, che non sono state registrate in altri paesi affetti dalle stesse problematiche, sono state caratterizzate da slogan che chiedono il rovesciamento del potere. Slogan rivolti direttamente a Raisi e alla massima autorità del Paese, guida suprema Ali Khamenei, ritenuti responsabili della crisi. Alcuni hanno anche invocato il ritorno della dinastia Pahlavi, spazzata via dalla rivoluzione del 1979. Le manifestazioni hanno quindi assunto connotazioni politiche. 

Le rappresaglie da parte delle forze dell’ordine non si sono fatte attendere anche se meno violente di quelle del 2019. Sono cinque le persone rimaste uccise durante le repressioni armate. Internet è stato bloccato per diversi giorni per evitare che le persone organizzassero raduni sul web. In confronto a quelle del 2019, le manifestazioni di adesso sono ben organizzate e presentano richieste ben precise e non oltrepassano mai il limite, negoziando con i leader politici.

Ormai la fiducia degli iraniani per le istituzioni sta crollando sempre di più, testimone il crollo dell’affluenza alle urne delle elezioni lo scorso anno. Il tasso di astensione infatti ha raggiunto livelli record arrivando al 51% nelle elezioni presidenziali del 2021 e al 57% nelle elezioni legislative del 2020. 

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