La gravissima crisi economica che da tempo attanaglia Porto Rico non accenna a concedere respiro all’isola caraibica: nella giornata del 3 maggio l’amministrazione del territorio non incorporato soggetto all’autorità degli Stati Uniti ha chiesto la protezione dai creditori per un debito da 73 miliardi di dollari contratto con numerosi istituzioni finanziarie e fondi di investimento, ponendo in questo modo le basi per quello che, come ricorda Marco Valsania de Il Sole 24 Ore, si configurerà come “il più grande crac municipale della storia americana”, di gran lunga superiore a quello da 18 miliardi di dollari che affossò Detroit nel 2013. La crisi, la recessione economica e l’instabilità politica rappresentano un problema annoso per un territorio che da tempo ambisce a uscire dal limbo attuale in cui si trova, ma che è continuamente squassato dalla mancanza di prospettive e dal crescente peso dei debiti contratti a causa di una gestione finanziaria a tratti catastrofica. Prima del colossale default da 70 miliardi di dollari, 12.000 per cittadino,  Porto Rico aveva già capitolato, nel luglio scorso, su 2 miliardi di titoli garantiti dalle sue autorità politiche e aveva conosciuto un reiterato incremento del tasso di disoccupazione, cresciuto sino a toccare il livello del 12,4%. Dotato di scarse risorse di materie prime e controllato, nell’implementazione della sua politica economica, dal legame con gli Stati Uniti, Porto Rico ha pagato in maniera vistosa la delocalizzazione delle imprese manifatturiere stanziatesi sul suo territorio tra la fine degli Anni Cinquanta e l’inizio degli Anni Settanta, e soffre di fortissime disuguaglianze economiche interne. Nonostante il suo PIL pro capite si mantenga ai massimi livelli nell’area latinoamericana, Porto Rico vede circa il 40% della popolazione vivere sotto la soglia di povertà, ed è afflitta da elevati problemi di criminalità e narcotraffico, soprattutto nell’area urbana della capitale San Juan.Tra le cause scatenanti del declino di Porto Rico, la precarietà della sua situazione politica è sicuramente una delle principali. I portoricani, infatti, godono della cittadinanza statunitense ma sono impossibilitati a esprimere la loro preferenza per l’elezione del Presidente e dei membri del Congresso, organo che continua a detenere notevoli prerogative sulla sovranità di Porto Rico, riaffermate da una sentenza della Corte Suprema del 9 giugno 2016. Gli Stati Uniti sono stati richiamati per ben cinque volte dal Comitato ONU per la Decolonizzazione a chiarificare lo status di Porto Rico, i cui cittadini in un referendum tenutosi il 6 novembre 2012 hanno formalmente avviato l’iter burocratico che potrebbe portarli a diventare la cinquantunesima stella della bandiera americana. Da quando, nel 1917, il Jones-Shafrot Act concesse la cittadinanza statunitense a Porto Rico, l’isola ha agognato a un riconoscimento paritario: dalla Grande Guerra a oggi i suoi cittadini sono morti combattendo nelle guerre degli Stati Uniti e hanno versato miliardi di dollari all’erario di Washington, senza mai vedere una chiarificazione effettiva della loro condizione. Ricardo Rosselló, attuale governatore di Porto Rico e figura di punta del New Progressive Party, ha fatto dell’autodeterminazione del territorio il principale cavallo di battaglia della sua linea politica: nel mese di gennaio 2017, infatti, ha annunciato un secondo referendum, destinato a tenersi nel mese di giugno, in cui ai cittadini di Porto Rico saranno concesse due opzioni. Da un lato, è prevista la richiesta dell’effettiva affiliazione come cinquantunesimo Stato dell’Unione, dall’altro l’indipendenza piena e completa destinata a declinarsi, in ogni caso, con un secondo referendum volto ad accertare la volontà dei portoricani di siglare un accordo di associazione con Washington simile a quelli conclusi dagli Stati sovrani oceanici di Micronesia, Isole Marshall e Palau.Rosselló ritiene l’opzione della trasformazione in Stato dell’Unione preferibile e destinata ad essere la migliore opzione per “risolvere il nostro dilemma coloniale vecchio di 500 anni”, come dichiarato al Miami Herald, e rilanciare l’economia, chiave di volta per l’instaurazione di una robusta ripresa per Porto Rico. In un articolo pubblicato sul Washington Post, Danica Coto ha riassunto i principali benefici che Porto Rico potrebbe acquisire dalla trasformazione in Stato federale: essi includono trasferimenti di fondi per circa 10 miliardi di dollari all’anno, la possibilità di poter ottenere per la prima volta rappresentanza congressuale e voce in capitolo alle elezioni presidenziali e l’accesso ai programmi sanitari come Medicaid. A questo è obbligatorio aggiungere un ulteriore elemento: la possibilità, per la prima volta da decenni, di poter essere finalmente padroni del proprio destino e di poter avviare un percorso di integrazione che consenta a Porto Rico di avvicinarsi agli standard economici, politici e sociali della madrepatria e, soprattutto, di superare una crisi apparentemente infinita che rischia di spezzare il morale di una popolazione combattiva come quella dell’isola.

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