E se la strategia di Donald Trump stesse funzionando? Gli avvertimenti mediatici per quanto potrebbe fare Kim Jong-un non si sentono più. I cori da stadio per l’inopportuna diplomazia del tycoon pure. La Corea del Nord ha detto basta ai test nucleari o missilistici, ma in pochi hanno fatto notare che questo è avvenuto dopo, o forse in funzione, di quanto predisposto dal presidente degli Stati Uniti d’America.

Trump, durante le giornate in cui il fronte è sembrato essere più caldo, ha quasi giocato con il dittatore coreano. La diplomazia via Twitter è ritenuta impropria, barbara e bambinesca. Eppure la Corea del Nord ha anche annunciato di voler chiudere il sito dei test nucleari. I presidenti delle due Coree si incontreranno la settimana prossima dopo undici anni di chiusura della linea telefonica. Lo stesso presidente degli Stati Uniti ha in programma un incontro bilaterale con Kim Jong dal quale però si alzerà (ha detto proprio così) nel caso il summit non si rivelasse utile. 

Trump ha usato il “si vis pacem para bellum”: elementare sì, ma efficace fino a prova contraria. Barack Obama, che aveva optato per una complessa strategia di dialogo, aveva portato prima a fare di Kim Jong una sorta di nuovo alleato a stelle e strisce e poi all’isolamento totale della nazione coreana: da questo isolamento è nato il rischio che abbiamo corso durante la Pasqua dell’anno scorso, quando il mondo intero è stato costretto a guardare con angoscia agli avvenimenti coreani. Il “pivot to Asia” è fallito. Le minacce di Trump no. The Donald ha trattato il dittatore coreano come se fosse un suo pari e, facendo ciò, lo ha in qualche modo riconosciuto come un leader mondiale. Sì, nell’esatta misura che verrebbe utilizzata per tranquillizzare un figlio in cerca di attenzioni. 

La Casa Bianca ha colto la palla al balzo e ha fatto partire un sonoro applauso verso Kim:”La Corea del Nord ha accettato di sospendere i suoi test nucleari e di chiudere un importante sito dei test. Questa è una notizia molto buona per la Corea del Nord e per il mondo. Grande progresso. Ansioso nostro summit”, ha dichiarato il presidente repubblicano. Gli Stati Uniti, intanto, hanno inviato Mike Pompeo per un incontro preliminare a quello del prossimo giugno. Gli obiettivi da raggiungere sono almeno due, il match pare ancora lungo, ma è certo che dalle minacce di guerra nucleare al punto cui siamo arrivati oggi qualche passo in avanti è stato fatto.

Tokyo vuole che la Corea del Nord venga denuclearizzata. Seul vorrebbe un vero e proprio trattato di pace in grado di sostituire l’armistizio tutt’ora in vigore, che risale al 1953. Le sanzioni e l’isolamento voluti da Barack Obama non hanno mai prodotto risultati simili. La rottura diplomatica avvenne durante un episodio preciso: il 15 aprile del 2012, durante la commemorazione per il centenario della nascita del fondatore della Nord Corea, Kim Jong-un, nonostante avesse promesso di non farlo più, ha fatto partire un missile commemorativo. L’amministrazione americana ha reagito inasprendo i rapporti: una risoluzione di condanna del Consiglio di Sicurezza dell’Onu venne promossa per volontà di Barack Obama. Cosa avrebbe fatto Trump?

L’attuale POTUS avrebbe, con ogni probabilità, promesso dei “nuovi”, “simpatici” e “intelligenti”missili via Twitter. Non possiamo sapere come sarebbe andata. Sappiamo, per ora, che anche dall’azione poco arzigogolata di Trump sono nati tre summit che possono contribuire alla risoluzione della crisi. Mica male, per un “guerrafondaio”. 

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