Giuseppe Conte è piombato (quasi) per caso in politica, ma da questo mondo non sembra più volerne uscire. Fin qui nulla di male. C’è però un problema: nel voler continuare la sua avventura nell’agone politico, continua ad usare metodi e toni da avvocato. La lettera con la quale in questo martedì ha replicato a un editoriale del direttore de La Stampa, Massimo Giannini, assomiglia a un’arringa difensiva in un processo che, per la verità, nessuno gli ha posto. Conte ha difeso il suo operato in politica estera allo stesso modo di come difenderebbe un suo cliente da un’accusa. Questo però non lo salva da precise responsabilità politiche, soprattutto per quanto concerne il dossier libico.

Le responsabilità di Conte sulla politica italiana in Libia

Tutto è partito dalle considerazioni espresse da Massimo Giannini alla vigilia del viaggio del nuovo presidente del consiglio Mario Draghi a Tripoli. Considerazioni sulle quali si può essere o meno d’accordo. Il principio di base dell’editoriale apparso su La Stampa è riferito all’auspicio che la missione del nuovo inquilino di Palazzo Chigi serva a rilanciare il ruolo dell’Italia e dell’Europa. Qui è emerso un primo implicito attacco alla linea politica tenuta dai governi Conte I e Conte II.

L’avvocato a guida degli ultimi due esecutivi si è risentito però soprattutto su due precisi passaggi: da un lato la descrizione dei rapporti personali tra lo stesso Giuseppe Conte e il principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammed Bin Zayed, definiti pessimi da Giannini, dall’altro il riferimento di quest’ultimo al volo compiuto dall’ex premier il 17 dicembre scorso a Bengasi dove, per portare a casa i pescatori di Mazara del Vallo, l’allora capo del governo ha incontrato il generale Khalifa Haftar. Il direttore de La Stampa ha descritto quel colloquio come “uno spot di bassa propaganda solo per riportare a casa i pescatori mazaresi previa photo-opportunity con Haftar”.

Da qui l’arringa di Conte: “Già all’epoca dei fatti chiarii che volai in Libia non per piacere – si legge nella risposta dell’avvocato – ma perché fu l’unica condizione per ottenere il rilascio dei diciotto pescatori. L’ho fatto. Lo rifarei”. Non solo: “Dopo un lungo negoziato e dopo avere respinto altre richieste che giudicai non accoglibili atterrai all’aeroporto di Bengasi, dove Haftar mi accolse e firmò in mia presenza il decreto di liberazione dei diciotto pescatori. Quanto alla photo opportunity, caro Direttore, la informo che ho ricevuto più volte Haftar a Roma, anche nel pieno di quest’ultimo conflitto libico”. Una difesa in piena regola.

Forse anche, dal punto di vista prettamente tecnico, ineccepibile. La descrizione dei fatti è precisa, in effetti è vero che il generale più volte è stato incontrato nella nostra capitale. Ed è proprio questo il problema. Giuseppe Conte dal 2018 in poi, prima per la buona riuscita del vertice organizzato dal suo primo governo a Palermo e poi per seguire la sua linea “dell’equidistanza” in Libia, ha corteggiato lungamente Haftar. Rischiando, in più di un’occasione, incidenti diplomatici con il governo ufficialmente riconosciuto guidato fino al 15 marzo scorso da Fayez Al Sarraj. Sta qui la precisa responsabilità dell’avvocato nel dossier libico. L’episodio del 17 dicembre altro non è stato che l’apice, in negativo, di una politica sulla Libia seguita distrattamente. Una superficialità che l’Italia ha rischiato di pagare caro.

Un dossier che deve tornare ad essere cruciale

Mario Draghi ha un vantaggio rispetto al predecessore: a Tripoli ha potuto incontrare un nuovo premier, il misuratino Abdul Hamid Ddheiba, che almeno sulla carta rappresenta l’intera Libia. Giuseppe Conte si è dovuto dividere tra est ed ovest, Tripoli e Bengasi, governi legittimi ed eserciti non riconosciuti ma in grado di avere in mano il territorio. Da avvocato l’ex presidente del consiglio forse parlerebbe di “attenuante“. Da politico però Conte dovrebbe oramai aver imparato che di attenuanti in questo ambito non ne esistono. I suoi governi si sono mossi in Libia in modo disorganizzato, non continuativo e, soprattutto, spesso si sono fatti cogliere di sorpresa.

É stato così nell’aprile del 2019, quando dopo aver corteggiato Haftar e aver vantato l’equidistanza italiana, il generale ha iniziato la sua battaglia per la presa di Tripoli. Da allora l’Italia in Libia ha rischiato seriamente di sparire. Il nostro peso nel Paese nordafricano è stato soppiantato dall’attivismo di altri attori, a partire dalla Turchia di Erdogan, divenuta prima alleata di Al Sarraj, e dalla Russia. Il rapimento per tre mesi di due pescherecci italiani ad opera di Haftar, altro non è stato che il simbolo del fallimento della politica estera di Roma negli ultimi anni, includendo anche i governi precedenti a quelli dell’avvocato.

Soltanto una serie di circostanze, quali ad esempio la necessità di Tripoli di avere altri alleati oltre Ankara e l’insediamento in Libia di un nuovo governo, stanno permettendo di avere nuove chance di reinserimento nel dossier. Palazzo Chigi deve ripartire proprio da questi ultimi due elementi. La visita di Mario Draghi nella capitale libica, assieme alle visite già tenute dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, hanno rappresentato un primo passo. Non certo però l’ultimo. L’Italia deve provare a dare centralità alla questione libica. Per farlo occorre continuità, seguire da vicino ogni ambito del percorso politico intrapreso dal Paese nordafricano. Non sarà semplice e, al contrario, la sfida è di quelle complicate. In ballo ci sono interessi nazionali molto forti, oltre che il complessivo ruolo dell’Italia del vitale contesto mediterraneo e mediorientale.

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