Il Kazakistan riveste un ruolo centrale nell’agenda estera della Turchia in ragione del suo posizionamento geostrategico, è la prima terra raggiungibile dai porti dell’Azerbaigian, e dell’influenza esercitata sugli altri –stan, un riflesso dello status di potenza-guida dell’Asia centrale postsovietica.

Inoltre, se è vero che Baku è, o meglio sarà, la prima stazione del cosiddetto “corridoio panturco“, lo è altrettanto che Nur-Sultan è (sarà) al tempo stesso la seconda, la terza e la quarta poiché naturalmente predisposta a fungere da trampolino di lancio multidirezionale orientato simultaneamente verso settentrione (Russia), levante (Cina) e meridione (Turkestan). In breve, il corridoio panturco potrebbe fare a meno del Kirghizistan, ma non avrebbe modo di esistere senza l’appoggio fondamentale di nazioni pivotali come Azerbaigian e Kazakistan; perciò la Turchia sta investendo in maniera multidimensionale in ognuno dei due teatri.

E a Nur-Sultan, collaborazione nei settori spaziale e militare a parte, Ankara sta portando avanti un’oculata diplomazia del corteggiamento basata sul leveraggio della condivisione della memoria e dell’identità, nonché della fede, perché la nazione kazaka è una delle culle della millenaria civiltà dei lupi grigi ed è, perciò, permeabile al panturchismo.

Non solo armi, anche tanta cultura

Il mese di marzo si è aperto con i festeggiamenti per il 29esimo anniversario dello stabilimento di relazioni diplomatiche tra Turchia e Kazakistan. Ufuk Ekici, l’ambasciatore turco a Nur-Sultan, ha commentato l’evento spiegando che il loro rapporto “è più forte che mai”; e i fatti gli danno ragione.

Entrambi i Paesi sono membri del Consiglio Turco, dell’Assemblea Mondiale dei Turchi (World Turkic Qurultai) e dell’Organizzazione Internazionale per la Cultura Turca, e, inoltre, dal 2009 sono legati da un accordo di partenariato strategico che ha creato le premesse per l’espansione straordinaria della presenza turca in Kazakistan, specialmente negli ambiti culturale ed educativo.

Ad ogni modo, le origini del sodalizio culturale precedono l’accordo di partenariato strategico di oltre un decennio, essendo risalenti al 1992, anno in cui è entrato in vigore un regime di accesso facilitato al sistema universitario anatolico per gli aspiranti studenti kazaki basato su detassazione e borse di studio. I dati indicano che il sistema gode di ottima salute: gli iscritti sono più che triplicati nell’ultimo decennio, passando dai 737 del 2009 agli oltre 4mila del 2020.

Coloro che non riescono a conseguire una borsa di studio, comunque, hanno l’opportunità di scoprire la Turchia rimanendo in Kazakistan, magari iscrivendosi all’università internazionale turco-kazaka Ahmet Yesevi, alla scuola della Fondazione Maarif o all’Istituto Yunus Emre. Quest’ultimo è il centro culturale ufficiale di Ankara a Nur-Sultan e fra il 2010 e il 2020 ha erogato corsi di lingua turca a 4.718 persone.

A inizio marzo la dirigenza dello Yunus Emre ha congegnato un modo per raggiungere il duplice obiettivo di aumentare gli iscritti e tastare la fascinazione della gioventù kazaka verso la Turchia. Numeri alla mano, la fascinazione è evidentemente molto elevata: l’Istituto ha messo in palio trenta voli per Istanbul e Antalya per coloro che supereranno a pieni voti un corso di lingua turca particolarmente arduo, ricevendo in poche ore circa ottomila domande d’adesione – ossia il doppio delle iscrizioni dello scorso decennio.

L’intrattenimento e la cooperazione umanitaria

L’Agenzia di Coordinamento e Cooperazione Turca (Tika), l’ente governativo per l’aiuto allo sviluppo, ha una presenza capillare e strutturata in Kazakistan, all’interno del quale porta avanti iniziative culturali come le donazioni di libri e contribuisce attivamente all’implementazione di progetti nei campi dell’agricoltura, del turismo e dell’archeologia.

Ma non sono la Tika e neanche le università i principali strumenti di proiezione di potere morbido della Turchia in Kazakistan, sono i prodotti d’intrattenimento: film, telenovele, miniserie e serie televisive. Nur-Sultan, a questo proposito, per diverso tempo ha vantato il primato mondiale di principale acquirente di soap opere made in Turkey. I numeri del record sono autoesplicativi: delle oltre 100 produzioni vendute dalla Turchia nel globo nel 2011, il Kazakistan ne aveva comprate quasi la metà, ossia 42, seguito a lunga distanza dalla Bulgaria, la cui campagna acquisti si era fermata a quota 27.

Le ricadute di una simile esposizione all’industria dell’intrattenimento turca sono tutt’altro che risibili. Le produzioni di Turkeywood, lungi dall’essere “psicologicamente innocue”, sono delle vere e proprie armi di condizionamento culturale e mentale la cui realizzazione segue dei canoni precisi: enfasi su  grandeur ottomana, inferiorità dei popoli europei e superiorità del messaggio islamico se trattasi di opere di natura storica, come Rise of Empires, The Last Emperor e Resurrection: Ertuğrulquest’ultima elogiata pubblicamente dall’ex presidente Nursultan Nazarbaev –, o focalizzazione sulle qualità che denoterebbero gli uomini turchi (mascolinità, sfrontatezza, carisma, romanticismo) se trattasi di lungometraggi “laici” come commedie o thriller.

Chiunque abbia delle competenze e delle conoscenze nei campi dell’ingegneria del consenso e delle operazioni psicologiche può confermarlo: televisione e cinema sono dei potenti veicoli la cui funzione non si esaurisce nel semplice intrattenimento, perché essi sono soprattutto dei mezzi di diffusione culturale capaci di influenzare i consumatori. Un programma comico-dissacrante può contribuire a rompere dei tabù, mentre una serie televisiva ambientata nel passato può indurre gli spettatori a rivalutare tale periodo storico a mezzo di un’idealizzazione nostalgica.

Non è un caso che l’ascesa globale di Turkeywood abbia dato vita al fenomeno di massa della cosiddetta “Ottomania“, baricentrato nel mondo arabo, passante per America Latina, Balcani e Sud-est asiatico, ed esteso fino all’Asia centrale. L’attecchimento dell’Ottomania in quest’ultima regione, in passato diffidente verso le produzioni turche al pari dell’Arabia Saudita, è l’evidenza lapalissiana di una realtà spesso trascurata: le armi più taglienti non hanno lama.

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