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Come spiegato da Paolo Mastrolilli per La Stampa, c’è un rischio che spaventa la diplomazia occidentale – ma può spaventare anche quella russa e cinese – e cioè che gli Stati Uniti decidano di congiungere la crisi coreana e quella iraniana trovando un collegamento tra il programma nucleare di Pyongyang e quello sviluppato dall’Iran prima e durante l’attuazione dell’accordo del 5+1. La politica estera statunitense sembra essere indirizzata verso questa direzione, e non mancano elementi a suffragare tale ipotesi. Corea del Nord e Iran, dall’inizio della nuova amministrazione Trump, sono in cima alla lista degli obiettivi in politica estera. Le ultime scelte politiche degli Stati Uniti, sia del Congresso che di Trump, sembrano andare in questa direzione: sanzioni unilaterali contemporanee ai due Paesi, come se fossero due problemi sostanzialmente identici, e scelta di interrompere la politica delle amministrazioni precedenti sia attraverso la rottura degli accordi sul nucleare iraniano sia attraverso la rottura della “pazienza strategica” di Obama con la Corea del Nord. Due crisi che impegnano il presidente Trump dall’inizio del suo mandato e si sta cercando da tempo di unificare ad ogni costo in modo da creare il casus belli per uscire dal 5+1 senza crisi diplomatica con gli alleati europei e, nello stesso tempo, intensificare le pressioni su Teheran e i suoi alleati.

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Nelle ultime settimane, il Guardian aveva ammonito sul fatto che Donald Trump stesse premendo sulla Cia per trovare un qualsiasi appiglio per interrompere l’accordo sul nucleare con la Repubblica Islamica dell’Iran. Serviva un pretesto valido, come lo fu sostanzialmente quello che servì a Bush per iniziare la guerra con l’Iraq di Saddam Hussein. La Cia aveva denunciato queste pressioni, mettendo in guardia dalla volontà della Casa Bianca di piegare l’intelligence a uso e consumo della sua politica estera. Tuttavia, nonostante questo avvertimento della Cia, sembra che l’aiuto possa arrivare non dalla propria intelligence, ma da agenzie alleate: in particolare i servizi segreti britannici. In un recente articolo del Telegraph, vicino al governo conservatore, si dichiarava, infatti, che i servizi di Sua Maestà fossero vicini alla scoperta di un canale di comunicazione fra Teheran e Pyongyang per la cessione a quest’ultima della tecnologia nucleare utile allo sviluppo del temuto programma atomico di Kim. Per ora sono tre i Paesi sospettati di aver aiutato effettivamente la Corea del Nord ad ottenere il know-how necessario per il proprio arsenale nucleare: Russia, Iran e Pakistan. Tuttavia, mentre accusare la Russia significherebbe mettere a repentaglio le già debolissime speranze di una ripresa dei rapporti politici, e se accusare il Pakistan significherebbe perdere definitivamente la partnership con Islamabad, accusare Teheran vorrebbe dire semplicemente trovare un pretesto per isolare ulteriormente l’Iran e colpire duramente le relazioni diplomatiche di quest’ultimo con l’occidente.

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In queste settimane, Trump ha deciso di voler modificare l’accordo sul nucleare iraniano. Per il presidente, l’Iran non ha rispettato l’accordo, e la stessa Nikki Haley, rappresentante Usa alle Nazioni Unite, ha chiesto ripetutamente all’Aiea di premere sull’Iran per accedere ai siti militari al fine di carpire informazioni preziose sul presunto mancato rispetto della fine del programma atomico. Dall’altra parte del fronte asiatico, Trump è intenzionato a voler mettere la parola fine al programma nucleare di Kim e sta cercando ogni pretesto per far sì che gli altri Paesi interessati isolino del tutto Pyongyang. Tillerson ha ultimamente chiesto di sanzionare in modo più profondo la Corea del Nord. Se l’amministrazione Usa decidesse – o trovasse il modo – di unire le due crisi, le due questioni cambierebbero profondamente. Da una parte, la pressione sull’Iran aumenterebbe a livello esponenziale, creando i presupposti per un’ulteriore tensione tra Washington e Teheran, coinvolgendo inevitabilmente i già precari equilibri mediorientali. Dall’altra parte, trovare un pretesto contro Kim e le prove di un programma nucleare con un Paese considerato nemico di Washington, potrebbe condurre a richieste più gravi da parte della Casa Bianca. In questo senso, i rischi per l’equilibrio mondiale aumenterebbero. Colpire in un solo momento Corea del Nord e Iran significa aprire due crisi estremamente difficili da appianare, ma anche due crisi contro Paesi strategicamente utili a Russia e Cina. Giocarsi questa carta dell’unione delle crisi potrebbe mettere in serio pericolo il fragile equilibrio asiatico, oltre che creare un’escalation forse non soltanto diplomatica.

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