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Manfred Weber, capo del Partito popolare europeo, in una lettera al quotidiano tedesco Die Welt di marzo, scrisse del tema della deterrenza nucleare europea che “senza un ombrello nucleare, non c’è libertà”. Per Weber, la sovranità dell’Unione europea si basa anche sulla capacità di difendersi. E questa capacità comporta anche quella di proteggersi da un attacco nucleare sul suolo europeo: motivo per il quale, diceva Weber, Francia e Germania per prime avrebbero dovuto iniziare a dialogare sul tema.

Le necessità dell’Europa

Le parole di Weber tornano attuali anche oggi, con lo spettro del conflitto atomico che riaffiora nei momenti di maggiore difficoltà della Russia in Ucraina. Il presidente russo Vladimir Putin, parlando alla nazione lo scorso 21 settembre, ha evocato lo scenario dell’utilizzo dell’arsenale nucleare ribadendo che quando parla di questo tipo di ordigni “non è un bluff”. Ma la questione riecheggia con insistenza da prima dell’inizio dell’invasione russa: quando l’escalation alle porte dell’Ucraina faceva già paventare l’ipotesi che in caso di stallo delle operazioni il capo del Cremlino avrebbe potuto usare, come extrema ratio, un’arma nucleare cosiddetta “tattica”, cioè sganciata sul campo di battaglia o sostanzialmente sulla linea del fronte e non per colpire in profondità il nemico.

L’Europa, che da questa guerra è certamente incisa ed è la prima vittima politica, si trova ora a dover gestire una duplice crisi: bellica ma anche energetica. Tuttavia, il nodo principale di questo conflitto – almeno da un punto di vista politico – resta quello delle capacità del Vecchio Continente di potersi considerare un’entità effettivamente sovrana e dunque in grado di proteggersi (rielaborando le parole di Weber). Questione che al momento appare ben distante dalla realtà, dal momento che allo stato dell’arte è possibile dire che l’intera possibilità di proteggersi in caso di lancio di missili nucleare sul suolo Ue, per Bruxelles è rappresentata dallo scudo dell’Alleanza Atlantica. Uno scudo che se certamente è un poderoso sistema di difesa in grado di tutelare la vita di milioni di cittadini europei, dall’altro rappresenta anche una forma di dipendenza strategica nei confronti di Washington. Sono gli Stati Uniti, infatti, attraverso la Nato, a proteggere di fatto il territorio europeo da un eventuale attacco lanciato dall’esterno. E se questa è un’assicurazione strategica di non poco conto, specularmente rappresenta anche un modo per ribadire la necessità dell’Ue di iniziare nuovamente a riflettere su quel concetto di “autonomia strategica” rilanciato più di recente dal presidente francese Emmanuel Macron e sepolto almeno da febbraio. Cioè da quando l’invasione russa in Ucraina e il compattamento della Nato introno a Kiev hanno ribadito anche la capacità angloamericana di guidare il blocco occidentale sia dal punto di vista militare, che da quello di intelligence e diplomatico.

Il problema della deterrenza nucleare

Per l’Europa si tratta di una sfida fondamentale che non può essere sottovalutata. La deterrenza nucleare – lo conferma del resto proprio lo sviluppo della guerra in Ucraina e il confronto tra Occidente e Russia – non è solo un dato storico come eredità della Guerra Fredda. In un’epoca di forte conflittualità ma soprattutto caratterizzata da una complessa e articolata competizione mondiale tra superpotenze, e tra potenza più o meno grandi, il fattore atomico è un elemento decisivo sia da un punto di vista militare che da un punto di vista politico. Ci sono progetti in corso, come spiega Europatoday si pensi in particolare al sistema Twister (Timely warning and Interception with space-based theater surveillance), che rappresentano dei passaggi necessari e fondamentali per il futuro della Difesa europea. Ma è chiaro che la volontà industriale e la capacità tecnologica, che certo non mancano a tutti i partner europei insieme, devono fare affidamento su una visione strategica di più ampio respiro che è un problema eminentemente politico.

Sul punto, inutile negarlo, permangono molti dubbi e di diversa natura. Appare difficile, soprattutto dopo che gli Stati Uniti hanno certificato la loro capacità di prevedere il conflitto ucraino e gestire la difesa di Kiev, che l’Europa infranga la totale adesione al progetto Nato puntando su un uno scudo esclusivamente continentale. Scudo che non indicherebbe necessariamente uno sganciamento dall’Alleanza Atlantica, ma che di certo rappresenterebbe un primo segnale di differenziazione strategica tra due blocchi che si sovrappongono.

I dubbi nel rapporto con la Nato

Ci sono poi perplessità sulle capacità dei singoli Stati membri di superare le ritrosie nazionali per investire tutto su un ombrello di natura europea. Macron nel 2020 aveva fatto capire che la Francia era disposta a far partire una riflessione sulla condivisone del proprio arsenale nucleare in un contesto di deterrenza europea, ma le critiche in genere non mancano né sul fronte interno dei singoli Paesi né tra i vari Stati gelosi l’uno dell’altro (e non a caso nella famosa lettera Weber si riferiva proprio a Berlino e Parigi). C’è poi da considerare l’ineluttabile capacità Usa di dissuadere alcuni governi, specialmente quelli meno europeisti ma certamente filoatlantici, sulla scelta di lanciarsi in progetti targati Ue quando finora la difesa dalla Russia è stata garantita dalla Nato: basti pensare a molti Paesi dell’Europa orientale. Infine in questa fase sembra complicato anche escludere il Regno Unito da questa architettura nucleare europea: la Brexit ha privato l’Ue dell’arsenale britannico, ma Londra ha dimostrato di volere essere coinvolta nel settore della Difesa.

A fronte di queste difficoltà, si deve prendere atto che inoltre mancano al momento presupposti per tornare a discutere di autonomia strategica europea declinata non solo in chiave industriale e politica ma anche di deterrenza e capacità di difesa. Se già questo concetto è apparso sempre molto vago, come confermato anche dai più recenti documenti Ue, ora, con l’invasione russa dell’Ucraina, tutto appare ancora più fumoso e velleitario rispetto a una competizione mondiale che non lascia tempo all’Europa di calibrare le proprie scelte strategiche e indirizzarle in modo ponderato e con una prospettiva a lungo termine. Ed ecco che davanti a queste sfide, non sorprende che la minaccia nucleare venga gestita sostanzialmente fuori dal territorio Ue, a Washington o a Mosca o nelle stanze di Bruxelles (sponda Nato). L’Europa, in questo momento, o è coperta dall’ombrello atlantico oppure deve accettare un rischio fino a soluzione di matrice Ue.

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