La senatrice Kirsten Gillibrand sarà la prossima a scendere in campo per le primarie democratiche. Negli Stati Uniti ne sono sicuri. Prima si parte, del resto, più c’è possibilità per i candidati considerati “piccoli” di attrarre consensi e, soprattutto, finanziatori. Ma la Gillibrand non è esattamente un outsider. 

Il fatto che abbia pianificato un viaggio in Iowa per la prossima settimana, come riportato dalla Cnn,  costituisce la prova regina: la Gillibrand sarà della partita. A meno che l’esponente newyorkese non abbia voglia di trascorrere un weekend tra i campi di mais, mentre l’apparato partitico mischia il mazzo di carte in vista della competizione interna. Suonerebbe un po’ strano. Pure perché tante fonti americane hanno annotato pure il luogo dove dovrebbe sorgere il comitato elettorale: Troy, cittadina situata vicino a New York. 

Il nome della democratica non dovrebbe risultare del tutto sconosciuto ai lettori: è colei che è subentrata nel seggio al Senato diHillary Clinton quando la moglie di Bill si è insediata nell’amministrazione Obama come segretario di Stato. E come la Clinton, del resto, la Gillibrand può vantare aderenze borghesi. Occuperà, quindi, lo spazio elettorale proprio dei cosiddetti “moderati”. Gli stessi che attendono con ansia che Joe Biden sciolga la riserva.

Attenzione: se l’ex vice di Barack Obama, a musica ferma, dovesse rimanere in piedi alla fine di quello che si prospetta come un affollatissimo “gioco delle sedie”, la Gillebrand avrebbe un’autostrada libera davanti a sé. Sarebbe l’unica, insomma, a poter rappresentare l’alta borghesia nel campo degli asinelli, visto che la maggior parte degli altri candidati – e se ne contano una ventina – dovrebbe provenire dall’area socialista.

Proprio per questo, dando un’occhiata sul web, sembra che la sua candidatura non susciti molto entusiasmo. Un utente, sotto una notizia del Times, ha scritto che la Gillibrand è la miglior candidata per consegnare di nuovo la vittoria a Donald Trump. La senatrice sarebbe troppo identificabile con l’establishment, troppo bianca e troppo simile a un profilo che ha già perso. Ma se i repubblicani hanno avuto un problema nelle medio – termine, questo è stato proprio l’incapacità di “perforare” il voto espresso dalle donne bianche alto – borghesi. Quelle che hanno volentieri votato per la dinastia Bush, per intenderci. Il Texas è divenuto con-tendibile anche per questo motivo. 

D’altro canto c’è la presunta incapacità della Gillibrand di poter convincere le minoranze, che nella stratigrafia elettorale a stelle e strisce stanno assumendo un ruolo sempre più centrale. Un problema, questo dell’appeal su ispanici, asiatici e afro-americani, che non ha Kamala Harris e che, in parte, non ha neppure Elizabeth Warren: le altre due donne che prenderanno parte, con ogni probabilità, alla contesa. 

Occhio, in ogni caso, a dare la senatrice newyorkese per spacciata. Alle primarie democratiche americane, che inizieranno tra un anno con i cacus dell’Iowa, si dovrebbero presentare in 24. Questo, almeno, è il numero che circola a bocce ferme. Le previsioni, in sintesi, sono del tutto inutili. C’è un fattore che va tenuto in considerazione: la capacità di raccogliere fondi per una lunga, stressante e nazionale campagna elettorale. E in questo campo, tranne Biden e Sanders, sono tutti dei neofiti. 

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