Erdogan torna a chiamare le folle per il voto al referendum del 16 aprile. Nonostante gli sia vietato per legge in quanto presidente. Sabato scorso è stata la volta di Istanbul, in un posto particolare per il presidente turco: la spianata di Yenikapi. In quella stessa piazza, nell’agosto del 2016, Erdogan trovò una folla oceanica ad applaudirlo, in festa per la fine del colpo di stato. Lì, nella parte europea della Turchia, di fronte al mare di Marmara, iniziava una nuova fase del rapporto fra Erdogan e Turchia. Una fase che si chiuderà a breve, fra una settimana, quando il popolo turco si recherà alle urne per scegliere se approvare o no il referendum costituzionale voluto dal presidente, e che ne aprirà un’altra tutt’altro che scontata.Per aprire questa nuova fase della politica turca, Erdogan ha deciso di investire tutto in questo referendum. Ha bisogno che almeno la metà del popolo turco si rechi alle urne e che la maggioranza di questi votino. Nonostante una campagna martellante, un’invasione mediatica, un’occupazione costante delle TV pubbliche, Erdogan non è però ancora sicuro. C’è una parte della popolazione che non sa andare a votare. Un’altra parte, invece, non è disposta a piegarsi alle volontà del Sultano. C’è un’opposizione eterogena ma consistente che vede nel progetto costituzionale una via per avere una monarchia di fatto, un presidenzialismo forte ammantato di democrazia. E in questo calderone ci sono tutti, dai curdi, ai socialdemocratici, a parte dei nazionalisti laici, nonché una forte componente di studenti e professionisti.Proprio per evitare una sconfitta, il presidente turco ha da qualche tempo alzato i toni della sfida. E l’ultimo comizio di Istanbul è stato un trionfo della retorica più forte di Recep Tayyp Erdogan. In quella piazza tanto cara al Presidente, sono tornate a gran voce tutte le sue affermazioni più forti, tese a risvegliare la coscienza nazionalista e più intransigente del popolo turco. Di fronte alle centinaia di migliaia di persone chiamate a raccolta, Erdogan, atterrato in elicottero nel bagno di folla, ha arringato la piazza con i grandi temi dei suoi mandati da Presidente.Il primo di questi punti è stato la sicurezza del Paese. Erdogan ha volutamente allacciato la questione della sicurezza con il tema dei poteri da dare al Presidente. Un archetipo, quello del legame tra sicurezza e più poteri nelle mani di un solo uomo, che sembra essere piaciuto alle piazze turche. Due i nemici storici del suo mandato da presidente: i curdi e i gulenisti. Nel mezzo ha inserito anche Isis. Sono stati loro tre i nemici della piazza di Istanbul e quelli sui cui Erdogan ha puntato il dito.I curdi sono da sempre il pallino di Erdogan. Non a caso il suo impegno sul fronte siriano è sempre stato parallelo all’impegno teso a contrastare le forze curde, anche le stesse che combattevano contro il Daesh. Il PKK è stato il primo obiettivo dell’infuocato discorso di Erdogan, che ha domandato retoricamente al suo popolo se voleva una Turchia forte che la facesse finita con il PKK.È stata poi la volta dell’Isis, che Erdogan ultimamente sta ampiamente sfruttando per infuocare le piazze. Nonostante i suoi proclami, tuttavia, non sono in pochi gli analisti che vedono in quest’operazione il tentativo di pulirsi a reputazione. Le cosiddette autostrade della jihad che dalla Turchia trasportavano armi e soldi per finanziare i gruppi jihadisti in Siria sono un fatto. Un fatto che difficilmente può essere nascosto dagli annunci nei comizi elettorali. Ma tanto basta per infuocare una piazza ormai completamente ebbra del suo leader.Dalla piazza della grande adunata dopo il fallito golpe, non poteva poi che essere alzato il grido nei confronti di Gulen e di tutti i suoi seguaci. Erdogan ha questa volta puntato il dito contro l’opposizione del Partito Popolare Repubblicano -in turco Cumhuriyet Halk Partisi, CHP-, chiamandoli “avvocati della confraternita di Fetullah Gulen”. Il presidente turco ha più volte rilevato il legame fra le opposizioni e i gulenisti, accusati di aver ordito il fallito golpe dell’anno scorso. Ed ha anzi posto l’accento sul fatto che, una volta ottenuti i poteri che gli conferirà la riforma sottoposta al referendum, la prima mossa sarà quella di sconfiggere definitivamente i gulenisti. Il fatto che le opposizioni laiche della socialdemocrazia siano collegate a dei golpisti da distruggere, è un segnale d’allarme importante sul futuro della Turchia dopo il referendum.Infine, non poteva mancare il richiamo a un altro punto del suo futuro programma politico: la reintroduzione della pena di morte. Fu il suo stesso partito ad abolirla, e ora la vuole imporre di nuovo con poteri presidenziali. Le cose, del resto, sono cambiate. L’Unione Europea ormai non è più un sogno turco, ed Erdogan lo sta dimostrano. La pena di morte sarebbe soltanto l’ultimo tassello di un mosaico composto dal presidente turco per evitare di entrare in Europa affermando di esserne mandato fuori dagli altri Membri. D’altro canto, l’obiettivo non tanto celato da parte dell’AKP è quello di introdurre la pena capitale per punire i responsabili (o presunti tale) del fallito colpo di Stato. Che questo significhi vedersi chiuse le porte di Bruxelles, non sembra un problema per Erdogan e i suoi seguaci. La piazza che era con lui era composta di seguaci del partito, nazionalisti, antieuropeisti e islamisti. Quella è la Turchia cui si rivolge Erdogan. E a quella Turchia, dell’Europa così come dell’Isis non sembra importare nulla. 

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