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Non c’è Italia senza il Mediterraneo. Bisognerebbe partire da questa premessa geografica oltre che storica per comprendere il motivo per cui nessun governo italiano possa fare a meno di una seria e profonda politica che guardi al Mare Nostrum come pilastro della strategia di Roma. E nessuno esecutivo ha mai lontanamente pensato di non farne il fulcro della propria politica estera.

Il problema è che tra il considerarlo il fulcro e non fare errori c’è una differenza sostanziale. E in questo senso sono molti i governi italiani di questi ultimi anni a non aver rispettato il mantra di un Paese centrale nello scacchiere mediterraneo. Errori strategici più o meno grossi che hanno portato Roma non a contare molto meno, ma non avere più in mano il pallino del gioco. Numerose potenze interne all’Alleanza Atlantica si stanno radicando nel Mare Nostrum sfruttando la “ritirata strategica” di Stati Uniti e Nato. E altre forze regionali  internazionali provano a penetrare nel bacino mediterraneo sfruttando la tripla via diplomatica, economica e militare. Strategie spesso in conflitto in cui l’Italia, per tradizionale capacità diplomatica o per semplice scelta di comodo, rischia di dover ricucire per non rimanere surclassata dal volgere degli eventi.

La Libia in questo senso è una lezione maestra. Palazzo Chigi e la Farnesina, fino alla caduta di Muhammar Gheddafi ma anche qualche anno dopo, hanno rappresentato i referenti migliori in Europa per chiunque sedesse sul torno di Tripoli. E gli accordi messi continuamente in atto tra i le fazioni libiche e l’Italia hanno rappresentato sempre un elemento imprescindibile dei piani di Roma per il Mediterraneo centrale. Il problema però è che quella guerra da cui la Libia non si è più ripresa è stata anche la tomba della mano italiana sul Nord Africa, perché da quel momento nessuno è stato in più grado davvero di imporre l’agenda italiana. Tutto ovviamente a vantaggio di altri: dai Paesi arabi fino alla Turchia per finire con la Francia e la Russia. E oggi, come in un nuovo fronte siriano, sono Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin a tenere banco, mentre Emmanuel Macron prova a capire come riprendere in mano la situazione sperando che l’Italia (tradita dalla guerra di Nicolas Sarkozy) possa darle una mano. Non che l’Italia in questi anni sia stata ferma: la conferenza di Palermo così come i continui rapporti con Tripoli (e con Bengasi in maniera meno vistosa) mostrano che ci sia un dinamismo costante sul fronte libico. Ma è chiaro che si sia passati da attori principali a gregari. Fattore ben visibile con Misurata in mano ai turchi, ma anche con il fatto che Giuseppe Conte oggi deve dialogare necessariamente con chi in realtà doveva essere fermato prima di ottenere una posizione di vantaggio, e cioè appunto il Sultano. Oggi la situazione è chiara: l’Italia c’è e in Libia ha un peso, ma non è più quello di un tempo. Deve condividere l’influenza su Fayez al Sarraj con un Erdogan decisamente poco disposto a trattare o a cedere sulla linea da seguire. E le parole molto franche di Luigi Di Maio sulla realtà dei rapporti con Ankara deve far comprendere che l’Italia in Libia deve per forza discutere con Erdogan così come, per rivolgersi a Est e cambiare strategia, deve passare attraverso Stati Uniti, Francia, Russia, Emirati ed Egitto. Non propriamente un percorso facile.

Seguendo la rotta immaginaria delle attività turche, lo sguardo non può che rivolgersi verso Oriente, in quel settore di Mediterraneo in cui le navi di ricerca di Ankara stanno cercando di ridisegnare i confini marittimi decisi un secolo fa a Losanna. E anche in questo caso, l’Italia gioca un ruolo che rischia di essere costantemente di secondo piano, trascinata da interessi di altri Paesi coinvolti più attivamente in quel settore marittimo. Certo, l’Italia non potrà certo mai avere lo stesso interesse nell’Egeo che possono avere Grecia e Turchia. Ma il fatto che sia la Francia a imporre una linea anti turca e filo-ellenica e che la Germania passi come potenza mediatrice tra Atene e Ankara esclude di fatto Roma da qualsiasi logica di potenza. E adesso sembra quasi impossibile per l’Italia uscire da questo incredibile intreccio di alleanze e conflitti. L’Italia è ideologicamente e giuridicamente vicina alle logiche greche, e lo ha dimostrato plasticamente con le esercitazioni Eunomia tra Cipro e Creta. Ma l’Italia non può nemmeno condannare apertamente Erdogan, visto che la Turchia adesso ha più di un pulsante per vendicarsi di un qualsiasi tipo di affronto italiano verso il Sultano. Una trappola da cui Conte non può più uscire ma che a lungo andare corrode sempre di più l’influenza italiana nel Mediterraneo allargato, pilastro strategico del nostro Paese e che va dall’Africa settentrionale fino a quella orientale. Il segnale, in questo senso, era arrivato ai tempi della liberazione di Silvia Romano, quando furono i servizi segreti turchi a dare il placet e l’aiuto per ottenere la cooperante italiana. Era solo la punta dell’iceberg. Come è la punta dell’iceberg la chiusura dell’istituto italiano di Asmara, il cambiamento di forze a Misurata e Tripoli, la conferenza di Berlino per la Libia che ha cancellato quella di Palermo con un tratto di pena o il vertice di Ajaccio per ergere Macron a leader Ue nel Mediterraneo orientale. L’Italia è sempre invitata: ma l’impressione è che Conte sia l’ospite che tutti vogliono ma che non sarà mai a capotavola.

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