Mai dare per finito Donald Trump. Visto a oltre un anno di distanza, possiamo dire che non è stato certamente il disastroso epilogo della presidenza del tycoon newyorkese a segnarne la carriera politica. Né Joe Biden ha saputo sottrarsi nel suo primo anno di mandato a molte delle problematiche politiche e operative che nel 2020, con l’inizio del Covid, hanno complicato la partita al suo predecessore e troppo spesso sono state frettolosamente imputate a semplici scelte sbagliate di Trump: il dramma dei morti da Covid, che vede gli Usa in cima alla classifica mondiale per decessi, le problematiche nella sfida geopolitica alla Cina, i rapporti tesi con gli alleati occidentali, lo sfilacciamento dell’ordine internazionale, le tensioni e le disuguaglianze interne.

Trump va oltre il trumpismo, i dem no

Trump è tornato attaccando più volte Biden e i democratici sul terreno della risposta alla crisi. Mantiene il mito fondativo (privo di appigli reali) del furto elettorale del novembre 2020, ma ha compreso che il cuore della sfida sta nella conquista totale del Partito Repubblicano. Passato tra il 2016 e il 2020 da “Grand Old Party” a “Trump Old Party” mano a mano che la retorica conservatrice, populista, law and order e dicotomica dell’ex presidente diventava dominante al suo interno. Ora formazione di opposizione che non controlla nessuno dei tre organi decisionali (Casa Bianca, Camera dei Rappresentanti, Senato) ma si giova delle divisioni interne ai dem e può cannoneggiare l’amministrazione guidato da un Trump impegnato nel ruolo, inusuale per gli States, di “capo dell’opposizione”.

Capitol Hill e il 6 gennaio 2021 sono stati un’occasione mancata per i Democratici e una severa lezione che, fino ad ora, in parte Trump pare aver compreso, dando sfoggio di una capacità di mediazione politica rara nel suo quadriennio di governo. Il Financial Times ha sottolineato che con il suo tentativo di mettere sotto processo il fenomeno Trump in quanto tale i Dem hanno, nella reazione all’assalto al Senato dell’Epifania 2021, incentivato ulteriormente la polarizzazione politica piuttosto che cercare di lenirne le cause. Trump, invece, pare aver preso atto di un chiaro dato di fatto: capito che il “trumpismo” delle origini era finito e che l’incentivazione di ogni forma di populismo paranoico e fine a sé stesso in chiave anti-establishment non avrebbe pagato, Trump ha inserito più politica e meno retorica personale nella sua corsa anti-Biden dai mesi successivi al ritorno in campo.

Donald Trump ha promosso politiche di risposta alla crisi che sono state la base per la strategia di rilancio che Biden prova faticosamente a costruire e ha avviato con Warp Speed l’operazione di produzione vaccinale più imponente al mondo, ma da Presidente si è perso in un bicchiere d’acqua tra inviti alle iniezioni di disinfettante, polemiche no-vax e complottismi sul virus. Presentato come portavoce di una forza di discontinuità, rinnovamento e rilancio del potere e delle prospettive del popolo contro élite di Washington ritenute corrotte e corruttrici, ha riempito l’amministrazione di esponenti di tali élite. Ha conquistato più voti alle presidenziali di qualunque altro candidato nella storia eccezion fatta che per Biden stesso ma nel 2021 ha dilapidato buona parte del consenso per cavalcare la minoranza rumorosa dei fanatici di Q-Anon, dei complottisti, dei facinorosi: nel giorno di Capitol Hill il presidente uscente sembrava un imperatore romano dell’era dell’anarchia militare incapace di controllare i suoi pretoriani, che non ha saputo richiamarli all’ordine.

Dal 2021, buona parte di queste dicotomie sono scomparse: Donald Trump continua la retorica contro i media e i politici ritenuti nemici, ma mira a condurla su Truth, il suo nascituro social network; l’ex presidente riduzionista sul Covid è diventato il leader repubblicano responsabile che invita a aderire alla campagna di vaccinazione e attacca i Repubblicani che nicchiano sulla terza dose booster; il leader perso nella crociata contro il politicamente corretto, i media, i portavoce del mondo delle celebrità a lui ferocemente avverso ha potuto raccogliere i frutti della svolta radicale dei dem per criticare l’amministrazione sulle sue divisioni interne.

Il capo dell’opposizione all’opera

Insomma, Trump resta un personaggio iper-mediatico e capace di centralizzare su di sé il dibattito, ma ha capito che la pandemia ha fatto sì che la polemizzazione del dibattito politico non pagasse più come un tempo, sul lungo periodo. Meglio puntare a un gioco politico estenuante volto a attaccare l’agenda presidenziale in ogni suo dettaglio. Il tutto con un primo obiettivo: scalzare la maggioranza dem alle Camere alle elezioni di mid-term e rendere la presidenza Biden una vera e propria “anatra zoppa”. Per far ciò, Trump si è scoperto vero e proprio leader di partito per la prima volta nella sua carriera. Finito il trumpismo come corrente di scalata al Partito Repubblicano, “trumpizzato” il Grand Old Party, The Donald può contare sul sostegno di una larga fetta della formazione dell’Elefantino che rema all’unisono con lui. E mira a chiudere i conti con chi, come l’ex leader della maggioranza repubblicana al Senato Mitch McConnell, è accusato di eccessiva leggerezza verso i Dem.

In quest’ottica, Trump continua a pressare i Democratici con una costanza che ricorda quella di un capo dell’opposizione britannico piuttosto che un tradizionale leader Usa. Sono almeno i punti su cui Biden è bersagliato.

In primo luogo, l’arenamento dell’agenda di riforma imposta da Biden per consolidare la sua presa sull’ala sinistra del partito più scettica nei suoi confronti e per marcare la distanza da Trump ha causato un dibattito interno ai dem che permettono a Trump e ai Repubblicani di attaccare i rivali per una presunta inconcludenza. In particolare i numeri al Senato, 50-50, non permettono fughe in avanti per i democratici: l’agenda di investimenti da 1.700 miliardi su welfare e clima è bloccata dal no del moderato Joe Manchin, ritrovatosi dominus della politica a stelle e strisce in quanto capace di aprire ponti verso l’altro schieramento. “Biden”, nota l’Ispi, “si era dimostrato più progressista del previsto, prendendo esplicitamente posizione a favore dei sindacati nel conflitto in corso con Amazon in Alabama. Il campanello d’allarme trumpista ha scosso il centrismo e la dirigenza del partito nel tentativo di fermare la cavalcata di Trump e, in prospettiva, togliere i voti della classe operaia e medio-bassa ai repubblicani”, ma l’autunno americano ha visto la politica ripresentare le tradizionali faglie. Un allungamento del dibattito fino al voto di midterm rischia di pregiudicare l’agenda presidenziale.

In secondo luogo, i Repubblicani cavalcano la più tradizionale campagna trumpiana contro l’immigrazione massiccia e godono dei flop della vicepresidente Kamala Harris nell’arginare i flussi di migranti ai confini degli Stati del Sud, sempre più decisivi per le future elezioni. E Trump mira a inserirsi nella breccia aperta dalla Harris stessa a giugno quando, in missione in Guatemala, ha adottato una retorica simile a quella della destra per dissuadere i migranti dall’intraprendere il viaggio verso gli Usa. “Voglio essere chiara per le persone in questa regione che stanno pensando di intraprendere il pericoloso viaggio verso il confine tra Stati Uniti e Messico: non venite”, ha detto Harris nel corso della conferenza stampa con il leader del Guatemala, Alejandro Giammattei, durante la sua prima missione all’estero da vicepresidente. “Gli Usa continueranno a far rispettare le nostre leggi e a proteggere i nostri confini. Esistono metodi legali con cui la migrazione può e deve avvenire, ma come una delle nostre priorità scoraggeremo la migrazione illegale”, ha aggiunto, avvertendo: “Se verrete al nostro confine, sarete rimandati indietro”. Trump più volte ha rivendicato di poter portare fatti laddove Harris avrebbe potuto garantire solo vuote parole.

Terzo punto, Trump sfrutta una situazione contingente più sfavorevole a Biden di quanto lo fosse per i democratici alla vigilia della sua ascesa, nel 2016. L’inflazione corre, la Fed è pronta a terminare gli stimoli, lavoro e crescita devono ancora tornare al loro miglior stato di salute. Per i Repubblicani la presenza di un Trump capace di portare in auge la miglior retorica politica ostile alla gestione economica della sinistra, in quest’ottica, è un importante assist politico e elettorale.

Un Trump con meno trumpismo e più Repubblicano di quanto sia mai stato è dunque pronto a guidare il suo partito alla riscossa nel 2024: le elezioni di mid-term del prossimo autunno saranno, in quest’ottica, il primo banco di prova politico di questa nuova fase. Estrema manifestazione dell’enorme polarizzazione di un Paese grande e complesso in cui quel lungo e complicato periodo post-elettorale seguito al 3 novembre 2020 sembra non esser mai finito. Riportando in auge un ex presidente pià competitivo che mai e sempre più attento a studiare le ragioni che hanno portato alla sua uscita dalla Casa Bianca oltre un anno fa. I prossimi mesi ci diranno se quello di Trump potrà essere un ritorno con vista candidatura alla Casa Bianca nel 2024.

 

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