Era forse solo questione di tempo, prima che la Cina ampliasse le sue ambizioni in una delle zone più strategiche del globo, ed ora i passi avanti sono concreti. Anche Pechino, infatti, ha iniziato a muoversi verso il suo stabilimento nella regione artica.

I mezzi a disposizione del governo cinese sono molteplici, e negli alti vertici del Paese sarebbero intenzionati a sfruttarli tutti. Le sempre grandi necessità cinesi di natura commerciale hanno infatti spinto Pechino a trovare delle vie di più rapida percorrenza per far giungere le proprie merci in Europa. Secondo molti analisti, infatti, lo sfruttamento delle rotte nei mari del Nord farebbe accorciare di ben 15 giorni la percorrenza delle navi cinesi dirette nel Vecchio Continente, situazione da cui anche la Russia avrebbe tratto grande giovamento, essendo sicuramente più attrezzata nel fronteggiare le calotte ghiacciate attraverso il Mar Glaciale Artico, costituendo una sorta di solido legame tra Mosca e Pechino. Ad oggi, tuttavia, il ruolo della Russia negli interessi artici cinesi sembrerebbe marginale, dal momento che, con il progressivo assottigliamento dei ghiacciai, anche le prime navi rompighiaccio cinesi si stanno avventurando lungo le rotte artiche.

Negli ultimi 12 mesi, infatti, ben sei navi cinesi hanno cominciato a battere diverse rotte lungo le direttrici del Circolo Polare Artico, ufficialmente per questioni di acquisizione di expertise e tecniche di navigazione tra i ghiacci, ma si dirada sempre più il mistero sulla creazione di una nuova rotta che escluderebbe la Russia dagli interessi cinesi. Si tratta dell’apertura di una nuova rotta in prossimità del Canada, denominata “Passaggio Nord-Ovest”, esplorata la scorsa estate dalla nave rompighiaccio cinese “Xuelong” (Dragone delle nevi). Questa esperienza ha dell’innovativo sotto un punto di vista sia scientifico che commerciale, dal momento che per la prima volta si avrebbe l’intenzione di aprire una rotta di navigazione al centro del Mar Glaciale Artico.

L’estromissione della Russia, non sarebbe tuttavia totale, dal momento che di recente, il gigante statale cinese delle spedizioni e della logistica COSCO, sarebbe interessato ad aprire un porto con acque profonde in prossimità della città russa di Arkhangelsk, in Lapponia, dove costituire un nuovo importante hub europeo.

Contemporaneamente, il soft power cinese si sviluppa sul versante finlandese della stessa regione artica. A Rovaniemi, “capitale” lappone, il governo cinese si appronta ad inaugurare un “Istituto Confucio”, un centro di lingua e cultura cinese, con lo scopo di riuscire ad attrarre turisti, studenti ed investitori cinesi nel freddo nord dell’Unione Europea. Ciò si inquadra in un progressivo sviluppo delle relazioni cinesi con la regione, dato che l’Università di Rovaniemi offre già ben otto programmi di scambio con le università cinesi.

È evidente come le intenzioni che si celano dietro a queste mosse siano di ben altra natura: ad oggi, lo sfruttamento economico della regione artica è materia di grande interesse per tutti i maggiori attori globali. Si stima infatti che sotto la piattaforma artica giacciano il 13 percento delle risorse di petrolio e circa un terzo delle riserve globali di gas naturale. La Cina non è tra gli otto paesi che occupano territori oltre il 66esimo parallelo, ma ci vorrebbe arrivare in tutti i modi possibili. La crescita delle compagnie di oil&gas che fanno capo a Pechino sono una evidente dimostrazione di come anche la Cina sia interessata all’approvvigionamento di risorse energetiche per il proprio apparato industriale in progressiva espansione.

Il progetto, sebbene apparentemente isolato, rientra nel complesso e grandioso programma OBOR, One Belt One Road, meglio conosciuto come Via della Seta del Ventunesimo secolo, del valore di ben cinquemila miliardi di dollari, che possa creare una solida, anzi prosperosa, alternativa a eventuali crisi politiche e militari che potrebbero verificarsi con i Paesi attorno allo stretto di Malacca, ad oggi la rotta marittima commerciale più battuta da tutte le navi del Pianeta. Un assaggio si è avuto lo scorso anno in merito ai fatti delle isole artificiali contese proprio da Pechino alle Filippine, e non si esclude che un giorno altri paesi dell’aera possano rivendicare diritti sulle ZES cinesi.

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