Il modello americano contro il modello cinese. Lo scontro del secolo si gioca tra Stati Uniti e Cina, le due superpotenze che si contendono il primato globale a colpi di accuse reciproche e minacce. Non a caso, sostengono alcuni analisti, ci troviamo davvero all’interno di una nuova Guerra Fredda. In effetti sembra proprio di essere tornati a cavallo tra gli anni ’50 e ’90, quando i riflettori erano puntati sulla contrapposizione totale, quindi non solo politica ma anche ideologica e militare, tra America e Unione Sovietica.

Alla fine sappiamo tutti come andò a finire quella Guerra Fredda: l’Urss si sgretolò sotto il peso delle sue contraddizioni interne, mentre Washington si ritrovò tra le mani intere praterie da conquistare a son di soft power (e non solo). Tuttavia, da quando la Cina è risalita dagli inferni per ricoprire nuovamente un ruolo di primissimo piano sullo scacchiere globale, quelle praterie, un tempo libere, sono tornate a essere terra contesa.

Il governo cinese, pur senza mai alzare i toni, ha allungato i tentacoli sul resto del mondo per consentire alla propria economia di spiccare il volo. Pechino ha sempre cercato di instaurare con gli altri Paesi un rapporto win-win, cioè una relazione capace di offrire convenienze reciproche. Il problema è che la convenienza cinese non sempre (anzi: quasi mai) fa rima con convenienza americana.

In altre parole, restando sempre all’interno della metafora delle praterie, questi spazi possono essere conquistati soltanto da una sola superpotenza. Non c’è posto per due vincitori: è la classica Trappola di Tucidide. E così, dal primato tecnologico a quello economico, dalla leadership militare a quella politica, improvvisamente tutte le certezze degli Stati Uniti sono crollate, una dietro l’altra.

Questione di spie

Washington, peccando di presunzione, pensava di aver raggiunto la vetta, e che nessuno avesse mai potuto minacciare il suo primato. Adesso quel primato è messo in discussione dalla Cina che, per accelerare i tempi, ha deciso di investire sullo spionaggio. Sia chiaro, questa non è una prerogativa soltanto cinese: la storia insegna che ogni grande potenza, in ogni periodo storico, si è affidata, in modi più o meno massicci, ai propri 007. Oggi ci accorgiamo della Cina perché Pechino è appena arrivata sulla cresta dell’onda dopo un ”secolo di umiliazioni”.

Ma quello che sta facendo il gigante asiatico è stato fatto, con altre modalità e per altri fini, anche dagli americani, dai sovietici, dai britannici e via dicendo. In tutti i casi, l’obiettivo di affidarsi allo spionaggio è sempre il solito: ottenere un vantaggio sugli avversari, così da prevedere le loro mosse e agire di conseguenza.

Gli Stati Uniti si sono accorti delle recenti manovre cinesi, tanto che il capo dell’FBI, Cristopher Wray, ha recentemente dichiarato che nel lungo periodo la Cina è ”la più grave minaccia” per il futuro dell’America. Non solo: Wray ha denunciato che il furto di informazioni statunitensi da parte del governo cinese sta avvenendo su così vasta scala che i casi sospetti di controspionaggio relativi alla Cina ormai costituiscono quasi la metà di quelli, circa 5 mila, avviati dall’agenzia in tutto il mondo.

L’Operazione Caccia alla Volpe

Secondo lo stesso Wray, la Cina starebbe cercando di diventare l’unica superpotenza del pianeta. Il fine ultimo del Dragone sarebbe quello di spodestare gli Stati Uniti ”con una campagna in cui utilizza ogni strumento a sua disposizione”. Da questo punto di vista, ha aggiunto, i furti cinesi equivalgono a ”uno dei maggiori trasferimenti di ricchezza nella storia umana” e il popolo americano sarebbe la vittima principale. C’è una statistica utile a capire il contesto entro il quale si sta svolgendo il braccio di ferro sino-americano: l’FBI avvia una nuova indagine di controspionaggio riconducibile a Pechino ogni 10 ore.

Wray ha puntato il dito sulla campagna che la Cina starebbe portando avanti sulla diaspora cinese, cioè sui così rinominati cinesi d’oltremare residenti negli Stati Uniti. Nella cosiddetta Operazione Caccia alla Volpe, ha spiegato il capo dell’FBI, agenti cinesi perseguono e ricattano centinaia di cittadini espatriati e che vivono in Usa con l’obiettivo di forzare il loro ritorno in patria. Nel mirino di Pechino ci sarebbero le persone che i funzionari del Partito Comunista cinese considererebbero minacce.

“Parliamo di rivali politici, dissidenti, critici che cercano di denunciare le diffuse violazioni dei diritti umani da parte della Cina. Il governo cinese vuole spingerli a ritornare in Cina e le tattiche che utilizza sono scioccanti. Quando non riesce a trovare un obiettivo di Caccia alla Volpe, il governo cinese invia un emissario a visitare la sua famiglia. Il messaggio che gli consegna? L’obiettivo ha due opzioni: ritornare prontamente in Cina o suicidarsi”, ha dichiarato Wray, che tuttavia – bisogna sottolinearlo – non ha citato episodi specifici.

L’avanzata cinese

Una delle caratteristiche del recente spionaggio in salsa cinese, ha sottolineato Il Foglio, è quella di integrare alla perfezione due aspetti: le risorse umane, ovvero i classici agenti in carne e ossa, con le capacità cyber. Negli ultimi anni abbiamo avuto molteplici esempi di cittadini, più o meno insospettabili, più o meno addentrati nel sistema politico americano, arrestati dalle autorità statunitense con l’accusa di spionaggio o furto di tecnologie sensibili.

Un libro che offre una perfetta disamina di quanto spiegato è il testo Chinese Espionage: An Intelligence Primer, pubblicato da Peter Mattis, vicedirettore della Commissione Cina del governo Usa, e Matt Brazil, fellow presso la Jamestown Foundation.

I due autori analizzano il fenomeno dello spionaggio cinese fin nei minimi dettagli. ”I servizi cinesi – hanno scritto – cercano opportunità che gli derivano da dettagli personali compromettenti, sessuali o meno, di soggetti che destano interesse; ma non si limitano a reclutare esclusivamente cittadini cinesi”.

Detto altrimenti, a Pechino interessa incamerare, accanto ai tradizionali segreti di Stato, tutto ciò che riguarda tecnologia straniera e proprietà intellettuale e che sia potenzialmente utile all’economia (e alla Difesa) cinese. Il Dragone segue infatti due strade: lo sviluppo tecnologico-commerciale (ambito civile) e quello militare. Due facce, spesso, della stessa medaglia.

La controffensiva americana

Lo scorso giugno gli Stati Uniti hanno inserito venti società cinesi nella lista dei cattivi. L’elenco, realizzato dal Pentagono e comprendente aziende attive in vari settori – dall’energia nucleare alle telecomunicazioni – comprende compagnie che, a detta del governo Usa, avrebbero legami più o meno stretti con l’Esercito popolare di liberazione cinese. Proprio per questo, tali soggetti, potrebbero incorrere in controlli, limitazioni o sanzioni approfondite.

Tanti i nomi di spicco inclusi nella lista, a cominciare da Huawei, in passato già finita nell’occhio del ciclone, Hikvision, citata in relazione a presunti coinvolgimenti nella repressione degli uiguri nello Xinjiang, China Shipbulding Industry Corporation e China Railway Construction Corporation. E ancora: China Telecom e China Mobile, entrambe quotate a New York ma fin troppo ambigue agli occhi dell’amministrazione guidata da Donald Trump.

Perché compilare un elenco del genere, che ha, al momento, una semplice funzione informativa? Per tre ragioni. La prima: mettere pressione sulla Cina. La seconda: rovinare i piani dei colossi cinesi, gli stessi che negli ultimi anni hanno rosicchiato enormi quote di mercato alle concorrenti americane. La terza: ostacolare, se non bloccare del tutto, la modernizzazione di Pechino, che, in vari campi, come ad esempio il 5G, ha dimostrato di essere più avanti degli Stati Uniti.

Il ragionamento della Casa Bianca è semplice e lineare. Attraverso lo spionaggio commerciale e militare, la Cina ha più volte rubato informazioni riservate, che ha poi riutilizzato per migliorare le proprie industrie e il proprio settore degli armamenti. Per bloccare l’emorragia, la Casa Bianca ha iniziato a osteggiare in tutti i modi i colossi di Pechino. Non solo: attraverso l’alleanza di intelligence Five Eyes, creata nel dopoguerra da Stati Uniti e Regno Unito, e in seguito estesa a Canada, Australia e Nuova Zelanda, Washington ha sferrato varie controffensive.

Come se non bastasse, la CIA ha continuato a usare lo spionaggio ”tradizionale”, affidandosi cioè a informatori in carne e ossa infiltrati (o arruolati) oltre la Muraglia. Il problema è che, dalla salita al potere di Xi Jinping in poi, cioè dal 2013, la rete americana è stata letteralmente fatta a pezzi dal controspionaggio di Pechino. Una nuova guerra delle spie è appena iniziata e passa da università e accademie. Il Dragone ha già scaldato i motori.

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