Il 2016 si chiude con il pensiero allo spauracchio del fallito colpo di Stato di luglio, il 2017 con lo spauracchio delle elezioni presidenziali alle porte, il 2018 per Erdogan si chiude con il timore che i problemi economici intacchino il suo potere. Il numero uno della Turchia e leader indiscusso da oramai più di tre lustri, nel tracciare bilanci negli ultimi anni non trova soltanto novità positive. Ad insidiare la serenità, sua personale e del suo governo, è per l’appunto l’economia. Anzi, per andare più nel dettaglio, quella che in Turchia viene adesso soprannominata “guerra degli ortaggi“.

Inflazione alle stelle

Sui social in tanti ironizzano sui prezzi degli ortaggi. Cipolle vestite da modelle indicate come preziose, altri ortaggi consigliati come regali alle proprie fidanzate al posto dei diamanti. Quando l’inflazione sale, inevitabilmente a risentirne sono soprattutto i beni di prima necessità. Quelli che servono a tutti per mandare avanti la propria quotidianità, quelli che al primo aumento di prezzo rischiano di incidere nelle tasche dei ceti più poveri. Gli ortaggi, in tal senso, sono un perfetto sintomo per misurare lo stato di salute dell’economia e gli umori dell’elettorato. I prezzi, come si può evincere dalla satira sopra esposta, sono di fatto quintuplicati. L’inflazione viaggia su percentuali a due cifre, ed oramai ha raggiunto anche il 26%. Questo Erdogan lo sa bene e teme di perdere l’appoggio anche dello zoccolo duro del suo elettorato, quel ceto medio soprattutto dell’Anatolia che da anni salva le maggioranze all’Akp. 

Il 2019 anno di prova

Un’economia che arranca non è certo un buon viatico per buoni propositi nel nuovo anno. La Turchia risente ancora di quanto accaduto nei mesi scorsi, con la svalutazione della Lira. Ne risentono le esportazioni, ne risente in generale la produttività che già da alcuni anni per la verità sembra un po’ arrancare. La Turchia in tal senso non appare come quel paese dal mercato dinamico ed appetibile di inizio decennio e di metà anni 2000. Grandi infrastrutture, grandi aeroporti, grandi cantieri, oltre ad un ceto medio con maggiore potere d’acquisto hanno reso non molti anni fa il paese anatolico uno dei mercati più promettenti nell’area del Mediterraneo. Ed Erdogan punta adesso il dito contro presunti complotti: speculatori che, secondo il presidente turco, aspirano a destabilizzare il paese. In parte è vero che molti dubbi sulla svalutazione della Lira affiorano ancora oggi, ma che l’economia comunque arranchi è un dato di fatto che va oltre papabili speculazioni economico/politiche.

Il vero banco di prova sarà, come sottolineano molti analisti locali, la prossima tornata amministrativa. Nel 2019 si vota per eleggere il nuovo sindaco di Istanbul. La metropoli è indice degli umori del paese: lo stesso Erdogan ne sa qualcosa, avendo iniziato la sua scalata politica nel 1997, venendo eletto primo cittadino della città del Bosforo. All’epoca si pensa che, se anche una città così occidentale come Istanbul vota un conservatore come Erdogan, allora la Turchia si appresta a vivere uno scenario diverso rispetto ai governi precedenti. Adesso, allo stesso modo ma a parti inverse, se Instabul volta le spalle ad Erdogan, allora si può pensare che anche nel resto del paese qualcosa si muova. Del resto già in occasione del referendum costituzionale del 2017, che dona ad Erdogan una repubblica presidenziale, Istanbul vota contro le modifiche. L’uomo forte della Turchia viene salvato in parte dal voto della provincia, ma in gran parte da quello degli emigrati. Con prezzi alle stelle ed economie in affanno, gli scenari potrebbero ancora cambiare. 

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