Il primo tempo di questo nuovo capitolo di quella che papa Francesco ha ribattezzato la “terza guerra mondiale a pezzi” è stato vinto a mani basse dagli Stati Uniti. Uno a zero per la squadra a stelle e strisce, che con uno schema di gioco basato sulla pressione concentrica e mirante all’istigazione al suicidio ha spinto un avversario esasperato, la Russia, ad un clamoroso autogoal.

Vladimir Putin avrebbe vinto la partita per l’Ucraina soltanto preferendo la diplomazia alle armi. Ma Joe Biden, un veterano della Guerra fredda, nella consapevolezza del bottino in palio e delle probabili implicazioni a livello macro di una guerra offensiva, ha ingegnosamente creato i presupposti affinché si concretasse lo scenario più cupo e remoto: la trasformazione del conflitto da spettro agitato come spauracchio in sede negoziale, come nella primavera 2021, a ineluttabile e irreparabile realtà. Una realtà utilizzabile, ed effettivamente utilizzata, per prendere un secondo piccione con la fava ucraina: l’Unione Europea (UE).

Se è vero che questo primo tempo è indiscutibilmente andato agli Stati Uniti, i quali, senza colpo ferire, hanno indotto in stato ipnagogico il partito europeo della distensione e dell’autonomia strategica, catalizzando contemporaneamente la brzezinskiana “espulsione della Russia in Asia”, lo è altrettanto che non si può veicolare l’idea che tutto sia terminato a Kiev la notte del 24.2.22. Perché non c’è nulla di più permamente della transitorietà. E Perché Kiev, de facto, è stata ed è ultima e prima fermata di una miriade di eventi, fenomeni, tendenze e processi destinati a sconvolgere nel profondo l’ordine globale.

A Kiev, la notte del 24.2.22, sono state gettate definitivamente le fondamenta di un’epoca a lungo in fermento: quella del multipolarismo. Kiev è il luogo in cui si è scritta la prima parte di questo nuovo capitolo della terza guerra mondiale a pezzi, ed è il luogo che innescherà e plasmerà la conformazione della seconda. E siccome la globalizzazione ha compresso lo spaziotempo, sveltendo ogni fenomeno e processo – come ben esplicato dal politologo Salvatore Santangelo –, ciò significa che è già il momento di pensare al dopo, al domani, a cosa potrebbe accadere nel corso del secondo paragrafo di questa partita-chiave della transizione multipolare.



Il primo tempo: scritto e deciso da Biden

L’obiettivo dell’amministrazione Biden, che vanta al suo interno degli strateghi altamente preparati come Antony Blinken e Victoria Nuland – tra i registi di Euromaidan –, era quello di incitare Putin esasperandolo. Esasperare per prendere due piccioni, Russia e Ue, con una fava, l’Ucraina. Una strategia basata sull’intransigenza, con un trascurabile margine di errore, alla quale la storia ha dato rapidamente ragione e che è destinata a fare scuola. Vincere senza combattere, o meglio: vincere facendo combattere qualcun altro.

Biden aveva inserito nel proprio calcolo la reazione tremenda ma avventata, cioè disorganizzata, di un Putin accecato dalla rabbia e impossibilitato a ritirare quella forza potenziale dispiegata ai bordi dell’Ucraina nel contesto di una diplomazia delle cannoniere. Perché tirarsi indietro senza aver ottenuto nulla, dopo mesi di stallo con l’Alleanza Atlantica e di indifferenza da parte americana, avrebbe danneggiato la credibilità e l’immagine del Cremlino nel mondo, in particolare nella Repubblica Popolare Cinese.

Invadendo, e dunque agendo secondo il copione scritto da Biden, Putin è stato il testimone di una pioggia di maxi-sanzioni, rappresaglie multidimensionali e conseguenze fisiologiche, tanto dure quanto prevedibili – e che avevamo previsto –, tra le quali lo spegnimento del Nord Stream 2, il possibile allargamento dell’Alleanza Atlantica a Finlandia e Svezia, il tranciamento del cordone ombelicale della GeRussia, l’espulsione dall’euromercato dell’energia e la piantatura di semi della discordia nella cerchia di potere putiniana e nello spazio postsovietico. Come effetto derivato, inoltre, l’immediato rallentamento dei processi di autonomia strategica europea, l’indebitamento del potere contrattuale dell’euro e, in sintesi, il consolidamento dell'”Impero europeo dell’America” – cioè di un’Europa sotto l’ombrello di Washington.

Ma la partita è tutt’altro che conclusa: il secondo tempo deve ancora cominciare e assomiglierà più ad un confusionario campionato, ad un bellum omnium contra omnes, che ad un uno contro uno.



Il ruolo di Ue e Nato

La guerra in Ucraina potrebbe traghettare l’Alleanza Atlantica alle porte di San Pietroburgo, possibilitandole l’egemonizzazione totale del Baltico e una più ampia esposizione nell’Artico, qualora Svezia e Finlandia dovessero decidere di farvi ingresso. Simultaneamente, grazie alla ricucitura dello strappo con l’Ue – a mezzo della messa in letargo del partito della distensione e dell’autonomia strategica –, gli Stati Uniti potranno delegare al riammansito junior partner l’onere-onore del contenimento della Russia in maniera tale da potersi dedicare adeguatamente alla vera sfida sistemica di questo XXI secolo: il rinato Impero celeste di Xi Jinping.

Nell’Artico, un mackinderiano cuore della Terra in divenire, attività militari, operazioni di disturbo e competizione di vario tipo torneranno ai livelli guerrafreddeschi del secondo Novecento. Gli occhi di tutti sono puntati su Helsinki e Stoccolma, sul ritorno della flotta di Sua Maestà nelle acque gelide del polo nord, sui cavi sottomarini tranciati (probabilmente) dai sabotatori russi, ma il secondo tempo imporrà l’entrata a gamba tesa nelle dinamiche internazionali di due attori ai margini per scelta: Reykjavik e Copenaghen. 

La pace in Europa è finita, la temperatura nell’Artico è destinata ad aumentare – e non soltanto per il cambiamento climatico –, e questo non potrà non avere effetti sulla politica estera e sulla dottrina securitaria della pacifica Islanda e della vulnerabile Danimarca, due giocatori la cui collocazione geografica dota la “grande armata occidentale” di profondità strategica nelle terre dell’Artide. Il loro ingresso, però, potrebbe non essere privo di traumi, contraccolpi e amare sorprese, dalla radicalizzazione del nazionalismo groenlandese e faroese all’incremento di sabotaggi e operazioni ibride lungo la tratta Nuuk-Reykjavik-Tórshavn-Copenaghen.

L’Ue, nel caso in cui il partito della distensione e dell’autonomia strategica a trazione franco-tedesca venisse schiacciato dall’oltranzismo atlantistico della triade Londra-Varsavia-Vilnius, assumerebbe la forma di un ariete in funzione antirussa in una varietà di teatri geopolitici, in primis Balcani e Mediterraneo, e settori, dalla diplomazia all’energia, diventando una sorta di 51esimo stato degli Stati Uniti e sperimentando un’epidemia di incendi nelle periferie di cui è ricca, come regioni autonome e distretti d’oltremare, ed è circondata, in particolare nella penisola balcanica.

La voce ai muti

Non è facile stabilire quando l’arbitro abbia fischiato l’inizio del primo tempo, perché ogni politologo e analista ha un’opinione diversa in merito – per alcuni è stato l’intervento Nato in Serbia del 1999, per altri l’edizione 2007 della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, mentre altri ancora puntano il dito a Georgia 2008 o ad Euromaidan –, ma è certo che la sua fine sia stata emblematizzata dall’accresciuta georilevanza delle periferie e dalla guerra in Ucraina.

Nell’attesa che cominci il secondo tempo della partita egemonica del XXI secolo, la cui posta in palio è la (ri)definizione dell’assetto polare del sistema internazionale – rivitalizzazione dell’unipolarismo o ascesa del multipolarismo? O, magari, un nuovo bipolarismo? –, alcuni segnali premonitori di ciò che attende il mondo oltre l’orizzonte sono stati e stanno venendo lanciati da spalti e spogliatoi, ovvero da chi, sino a ieri, è stato mero osservatore degli eventi.

Negli spalti, cioè a livello di spettatori, potenze-chiave come Brasile e India, senza trascurare le petromonarchie arabe e gli attori principali dell’islamosfera, hanno rifiutato di aderire alla “guerra economica totale” dell’Occidente alla Russia e, così facendo, hanno influenzato il comportamento adottato dal loro vicinato. Comune il denominatore della riluttanza dei “giganti insospettabili”: l’essere in sintonia con l’agenda di destrutturazione dell’ordine mondiale liberal-occidentale dell’asse Mosca-Pechino, che ha nella lotta alla dollarocrazia e nel ridimensionamento della proiezione imperiale americana i suoi capisaldi.

Tra spogliatoi e panchine, ovvero a livello di jolly da sfoderare al momento del bisogno e di cortili di casa da salvaguardare, sia l’Occidente sia il blocco sinorusso hanno assistito a degli eventi eloquenti nel corso della guerra in Ucraina. La riaccensione del fuoco mai spento tra Serbia e Kosovo, simbolizzato dall’arrivo di armamenti cinesi nella prima e dalla richiesta di aderire alla Nato del secondo. Il cambio ai vertici del potere in Pakistan. La crisi in Corsica. Il risveglio della Transnistria. Il raddoppio della puntata cinese sulle Isole Salomone. Le mosse russo-cinesi tra Atlantico e Latinoamerica. Una periferia per un’altra. La teoria guevarista dell’accensione del fuoco applicata alle relazioni internazionali: appiccare un incendio ad un edificio nella speranza-aspettativa che si estenda all’intero quartiere.

Dai Balcani al Pacifico, senza trascurare Africa e regione MENA, molto di quanto sta avvenendo in termini di asce di guerra disseppellite e nuovi conflitti è inquadrabile nel medesimo contesto, nel calderone delle periferie al centro. E questo insieme di eventi sembra preludiare ad un secondo tempo protagonizzato dagli attori marginali, dai rimasugli coloniali e dagli stati fantoccio disseminati dentro e fuori gli spazi vitali delle grandi potenze, dalla Latinoamerica all’Indo-Pacifico, passando per la stessa Europa.



Tracciare una rotta: perché l’ordine globale va rifatto

L’ordine globale in questa fase si trova a un crocevia decisivo. Sono saltati tutti gli schemi che tenevano anche solo minimamente coeso il sistema-mondo. Il risveglio del conflitto in Europa, la guerra economico-valutaria totale, il ruolo delle terze parti che stanno a guardare, l’uso a fini offensivi delle risorse da parte della Russia e la weaponization di pressoché ogni apparato di governo della Globalizzazione da parte di Russia o Occidente lasciano presagire che qualcosa si è rotto.

Nell’era globale torna il conflitto tra Stati di tipo vestfalico, l’ONU è morta e non sarà la volontà degli Stati Uniti di ridimensionare il peso russo al suo interno a salvarla. Ci sono sei settimi dell’umanità che, piaccia o meno, non la pensano come l’Occidente. E questo va tenuto in conto. Anche l’ordine economico rischia la volatilità di fronte a crisi energetica, inflazione e guerra economica. Ora più che mai servirebbe una nuova Bretton Woods che faccia sedere attorno a un tavolo gli attori emergenti.

Infine, il ruolo dei pontieri per la pace in Ucraina, come Israele e Turchia, pone il problema delle alleanze a geometria variabile e della graduale regionalizzazione dell’ordine globale in un sistema a isole in cui singole potenze coltivano agende indipendenti. Mirando, dunque, a massimizzare il loro protagonismo.

La transizione è avviata e non sarà facile seguirne le rotte. Quel che è certo è che ora appare più probabile lo sdoganamento del G-Zero: una fase di grande imprevedibilità sistemica. Parafrasando Antonio Gramsci, “un ordine globale è tramontato”. Ma ancora non si vedono che gli abbozzi di quello che sorgerà dopo l’Ucraina.

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