Per secoli e secoli regione dell’Artico ha visto le sue acque “bloccate” dalle impenetrabili banchise di ghiaccio; relegando quelle terre lontane e inospitali a polo estremo dell’esplorazione geografica e geofisica. I suoi confini, rivendicati da Russia, Stati Uniti, Norvegia, Danimarca, Islanda e Canada, dal manifestarsi di un recente processo di scioglimento dei ghiacci – che promettono di dare accesso a enormi giacimenti di preziose riserve di idrocarburi, minerali e metalli – aprono nel presente e nel futuro prossimo una questione che si preannuncia complessa quanto delicata. Una questione che sembra già prossima a condurre le grandi potenze, che si preparano a reclamare e difendere i propri interessi economici e commerciali, di fronte a un scontro certo per il dominio delle rotte che lo attraversano. Covando il rischio di una guerra nel cuore ghiacciato nell’Artico che potrebbe diventare in breve il punto più caldo del pianeta: almeno per transito di aerei, navi da guerra, e sottomarini nucleari.

Da oltre un decennio super potenze come la Federazione Russa, la Repubblica Popolare Cinese e gli Stati Uniti d’America, sono impegnate nello sviluppo e nel varo di imponenti navi rompighiaccio – talvolta a propulsione nucleare per concedere un’autonomia pressapoco illimitata – garantendo agli armatori il vantaggio della “consuetudine” nella conquista delle rotte commerciali che  giocheranno un ruolo chiave non solo nell’economia mondiale, ma nell’equilibrio geostrategico della regione che custodirebbe un quarto delle riserve mondiali di idrocarburi ancora non sfruttate nei suoi fondali.

Tali rivendicazioni hanno già provocato le prime tensioni e nuove controversie. Aumentando la pressione su un equilibrio già labile, nonché fondamentale per frenare – ove davvero si volesse frenare senza riserve – il surriscaldamento globale in parte provocato dalle nostre emissioni.

Un polo strategico da cui passano le sorti del mondo

Tanto sono importanti le rotte del Pacifico, tanto saranno importanti, una volta disciolti i giacchi, le rotte che tagliando l’Artico consentiranno a Pechino e a Mosca, ma non meno alle potenze minori che affacciano sulla regione, di risparmiare decine di migliaia di miglia nautiche per portare a destinazione il frutto dei propri interessi.

Era dai tempi della Guerra Fredda – oggi più calda che mai, dato il lento incedere della guerra in Ucraina – che non si concentrava tanto sull’Artico e i suoi asset. Ma dove oggi si possono incontrare le solitarie navi rompighiaccio di molti Paesi – perfino quelle della Corea del Nord – nei prossimi tempi potrebbero incrociarsi navi militari a salvaguardia di quei “confini”, siano ancestrali, riconosciuti o riconoscibili, di potenze avversarie che condividono lo stesso medesimo obiettivo: garantirsi il passaggio a “nord-est” nella Northern Sea Route anche in pieno inverno. E cercare di accaparrarsi con esso le risorse energetiche.

Basti pensare che un viaggio dal Giappone all’Europa attraverso una rotta marittima trans-artica, può durare un massimo di 10 giorni rispetto agli oltre 20 giorni previsti dalla rotte che sfrutta il Canale di Suez, per non parlare degli oltre 30 giorni da considerare per la rotta che doppia Capo di Buona Speranza e risale la costa dell’Africa.

Il conflitto ucraino incide sulla geopolitica nell’Artico

Secondo molti osservatori e non è certo questa l’occasione per dar loro torto, invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russia e l’impennata dei prezzi nel mercato degli idrocarburi, ha accelerato sensibilmente la corsa all’Artico intrapresa dalle grandi potenze per imporre il loro predominio.

Come ricordato da Bloomberg in un recente report, le conseguenze di questa “corsa al Polo nord” sono potenzialmente disastrose per il pianeta. E sul piano ambientale, e sul piano delle tensioni internazionali che dati gli attori interessati a porre la propria bandiera sui ghiacci, potrebbero raggiungere la massima tensione dai tempi della Guerra Fredda.

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