La Russia sta affrontando un delicatissimo momento di transizione la cui posta in gioco, ovvero la sopravvivenza del paese, non consente margini di errore. L’accerchiamento euroamericano prosegue senza sosta, dall’Artico all’Ucraina, mentre gli avamposti dell’Europa orientale e dell’Asia centrale sono oggetto di crescenti pressioni. Tutto ciò accade sullo sfondo del ritorno in scena dello spettro separatista, degli attriti di fondo con la Cina, e dello scoppio delle cosiddette “guerre della memoria” (memory wars) aventi come obiettivo la riscrittura del ruolo sovietico nella seconda guerra mondiale.

È questo il contesto sensibile e conflittuale che ha convinto l’attuale presidente russo, Vladimir Putin, a mettere da parte l’idea di abbandonare la politica al termine dell’ultimo mandato e ad avallare una riforma costituzionale che potrebbe garantirgli la permanenza al potere sino al 2036.

I messaggi subliminali

In occasione del 75esimo anniversario della vittoria dei sovietici contro le forze naziste nella Grande Guerra Patriottica, le cui celebrazioni sono state rimandate a causa della pandemia, Putin ha voluto scrivere di proprio pugno una lunghissima analisi sul significato della seconda guerra mondiale per il popolo russo, spiegando per quali ragioni sia doveroso mantenere vivo il ricordo dell’evento.

L’articolo è di carattere storico e mescola quella che è l’interpretazione sovietica (e russa) sulle origini e sullo svolgimento della seconda guerra mondiale a dei passaggi dal significato inequivocabile, chiaramente destinati ad un certo tipo di pubblico: i decisori politici delle grandi potenze mondiali.

Sono diversi i paragrafi che sembrano contenere dei messaggi subliminali e questo riportato di seguito è uno dei più emblematici: “Gli strateghi nazisti erano convinti che un gigantesco stato multinazionale potesse essere facilmente sottomesso. Credevano che lo scoppio improvviso della guerra […] avrebbe inevitabilmente esacerbato le relazioni inter-etniche e che il paese potesse essere diviso in pezzi. […] Ma la fortezza di Brest fu protetta fino all’ultima goccia di sangue da difensori di oltre 30 nazionalità. […] La regione del Volga e gli Urali, la Siberia e l’Estremo oriente, le repubbliche dell’Asia centrale e della Transcaucasia diventarono casa di milioni di sfollati. I loro residenti condivisero tutto ciò che avevano e diedero loro tutto il supporto che poterono. L’amicizia fra i popoli e l’aiuto reciproco si trasformarono in una fortezza indistruttibile per il nemico”.

Cosa suggerisce che potrebbe trattarsi di un messaggio indirizzato ai rivali di Mosca? Perché la minaccia separatista non è mai stata così attuale ed incombe sull’intera federazione, dalla Crimea al Caucaso settentrionale, dalla Siberia all’Estremo oriente. Diversamente dagli anni ’40, però, manca un’ideologia omologante, una religione politica capace di unire sotto la stessa bandiera slavi e non slavi, ortodossi e non ortodossi; perciò l’incubo di un’implosione in stile sovietico tormenta i sonni degli strateghi del Cremlino sin dall’epoca dell’insurgenza islamista nel Caucaso settentrionale degli anni ’90 e dei primi anni 2000.

Il dinamismo turco, invece, sta riaccendendo vecchie tensioni nelle repubbliche a composizione etno-religiosa mista. Nel Tatarstan, ad esempio, le indagini del Fsb hanno appurato un ruolo dell’Organizzazione Internazionale della Cultura Turca nell’aumento del malcontento popolare e del risveglio culturale panturchista, conducendo all’espulsione dell’ente dalla piccola repubblica.

Da parte russa vi è la piena consapevolezza che la regia di quanto sta accadendo si trova oltreconfine e quel passaggio ne è la prova. Pur in assenza di un collante ideologico, il Cremlino sembra riporre un elevato ottimismo nell’antica amicizia tra i popoli delle repubbliche della Federazione russa, un sentimento sottovalutato dai nazisti e che fu determinante nel fermarne l’avanzata e, infine, causarne l’arretramento. Nel 2020 come nel 1941, e come nel 1812, i piani destabilizzanti dei rivali della Russia potrebbero scontrarsi contro la barriera invalicabile del patriottismo d’eccezione.

Russia e Occidente: tra rivalità e cooperazione

Un altro passaggio di fondamentale importanza è stato dedicato alla conferenza di Monaco del 1938, il celebre incontro fra Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia che si concluse con l’annessione dei Sudeti cecoslovacchi da parte nazista, sancendo il fallimento definitivo della politica dell’accomodamento ed accelerando l’inizio della seconda guerra mondiale.

A colpire maggiormente è il fatto che Putin si sia riferito all’evento come il “tradimento di Monaco” (Мюнхенский сговор), un appellativo coniato durante l’era staliniana, ribadendo il proprio appoggio alla visione della storiografia sovietica sull’accaduto: “Il tradimento di Monaco ha mostrato all’Unione Sovietica che i paesi occidentali avrebbero affrontato problemi di sicurezza senza tenere in considerazione i suoi interessi. Infatti, avrebbero anche creato un fronte anti-sovietico, se necessario”.

In termini radicalmente diversi è, ovviamente, ricordata la conferenza di Jalta: “Stalin, Roosevelt e Churchill rappresentavano dei paesi con ideologie, aspirazioni statali, interessi e culture differenti, ma dimostrarono una grande volontà politica, superiore alle contraddizioni e alle preferenze, e misero i reali interessi della pace al primo posto. Il risultato è che furono capaci di raggiungere un accordo ed ottenere una soluzione dalla quale ha beneficiato l’intera umanità”. Anche in questo caso, non è azzardato considerare tali parole come un messaggio avente dei destinatari precisi, ovvero Donald Trump e Xi Jinping, e quanto scritto nell’ultima parte della lettera sembra suffragare questa ipotesi.

Una nuova Jalta?

Il presidente russo ha dedicato le ultime righe alla spiegazione di un’iniziativa diplomatica da egli personalmente concepita, ossia “un incontro fra i capi delle cinque potenze nucleari e membri permanenti del Consiglio di Sicurezza” che vorrebbe si tenesse “faccia a faccia […] il prima possibile”. Putin ha dichiarato che l’idea avrebbe riscosso l’interesse degli invitati, Xi, Trump, Emmanuel Macron e Boris Johnson, i quali avrebbero già dato la loro disponibilità.

Il progetto di Putin è ambizioso ed è stato concepito allo scopo di “discutere i passi [da fare] per lo sviluppo di principi collettivi negli affari mondiali […] su argomenti come la preservazione della pace, il rafforzamento della sicurezza regionale e globale, il controllo degli armamenti strategici, gli sforzi congiunti nel contrastare il terrorismo, l’estremismo e le altre grandi sfide e minacce”.

Quello che Putin ha già ribattezzato l'”incontro dei Cinque“, in sintesi, vorrebbe gettare le fondamenta di un nuovo ordine mondiale, superamento definitivo dell’unipolarismo a guida occidentale, in grado sia di mettere fine al caos diffuso dalla pandemia sia di dividere il pianeta in sfere di influenza reciprocamente riconosciute, proprio come accaduto a Jalta. È lo stesso Putin, del resto, a sostenere che “questo [incontro] fungerà da solida base per negoziati ed azioni concertate di successo per il bene della stabilità e della sicurezza sul pianeta, per la prosperità ed il benessere di tutti gli stati”. “Un dovere e una responsabilità”, prosegue il capo del Cremlino, “verso il mondo intero e le generazioni presenti e future”.

La lettera di Putin è un messaggio aperto, in quanto rivolto al mondo intero, che ha anche un recapito ben definito, perché i veri destinatari sono Stati Uniti e Cina. È un invito alla distensione e al pragmatismo in tempo di tensione e convulsioni dell’internazionalismo liberale: non attendere l’ascesa di un Napoleone per fare il Congresso di Vienna, non attendere una guerra mondiale per organizzare una Conferenza di Jalta.

La lettera di Putin grida che la Russia cerca, o meglio esige, riconoscimento di status (di grande potenza) da parte degli Stati Uniti. E offre, in cambio, di mediare tra loro e la Cina. Un invito che è anche un ultimatum: ricomporre le differenze è l’unico modo per disinnescare sul nascere questa Guerra fredda 2.0 che, qualora lasciata crescere, riporterebbe le lancette della storia indietro, alla seconda metà del Novecento, con esiti (im)prevedibili per la sicurezza internazionale ed effetti devastanti per l’intero pianeta, dilaniato da una nuova epoca di guerre per procura, colpi di stato e corse alle armi.

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