Il semaforo verde turco all’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato ha un elemento-chiave: i curdi. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha chiesto che Helsinki e Stoccolma mettessero fine al supporto del partito dei lavoratori del Kurdistan, il Pkk, che Ankara considera una organizzazione terroristica. E insieme ad esso, ha preteso che non ci sia alcun tipo di sostegno a elementi riconducibili a Feto, l’organizzazione di Fetullah Gulen accusata di avere ordito il tentato colpo di Stato del 2016.

Una vittoria diplomatica che ora la Turchia starebbe cercando di concretizzare per dare l’immagine di un Paese che sa cosa vuole, disposto a raggiungere i suoi obiettivi a qualsiasi costo e che a questo punto si sente autorizzato anche dalla “benedizione” dell’Alleanza Atlantica. Messaggio propagandistico che è perfettamente in linea con l’agenda di Erdogan e con il suo obiettivo di rafforzare leadership e consenso (in calo) in vista delle elezioni del 2023. La questione, almeno per il momento, sembra passare per una lista di nomi di persone da estradare da Finlandia e Svezia. Marta Serafini, sul Corriere della Sera, cita una lista pubblicata dal quotidiano turco Hürriyet che include 12 persone residenti in Finlandia e 33 in Svezia. Un elenco che include curdi accusati di organizzare attentati, esperti di sicurezza, ricercatori universitari, ma anche politici fuggiti dalla Turchia o membri della società civile impegnati in lotte considerate pericolose per il governo. Curdi, in primo luogo, visto che Helsinki e Stoccolma hanno una lunga storia di accoglienza di rifugiati di quell’etnia. Ma anche elementi ritenuti legati alla rete gulenisti o addirittura alle sigle dell’estrema sinistra anatolica. Per Erdogan un blocco compatto di minacce che hanno trovato troppa ospitalità in Scandinavia, ed è il motivo per cui Ankara ha premuto su questo pulsante sfruttando la possibilità che i due Paesi facessero richiesta di adesione alla Nato.

Il tema è complesso per diverse ragioni. Dal punto di vista dell’immagine, la Finlandia, ma soprattutto la Svezia, sono tacciate di tradimento nei confronti di un’etnia che hanno sostenuto per diversi anni. Non solo, c’è anche un problema di numeri. Dalla Turchia le cifre non sono chiare. Si passa dai 33 individui citati dal ministro della Giustizia, alla lista circolata sulla stampa nazionale fino ai 73 di cui ha parlato lo stesso Erdogan: “La Svezia ci ha fatto questa promessa, 73 terroristi verranno estradati” ha sentenziato il presidente turco, affermando che “la Turchia si aspetta da questo memorandum trilaterale piena cooperazione nella lotta alle organizzazioni terroristiche, Pkk, Ypg/Pyd compresi”. Segnale a dir poco chiaro del fatto che la Sublime Porta non pensa di avere firmato un assegno in bianco, ma chiede precise condizioni che, se non saranno accolte, potrebbero anche scatenare reazioni che non possono essere escluse a priori. Anche perché Helsinki e Stoccolma, per evitare di essere ritenute completamente in balia del “Sultano”, hanno già chiarito che seguiranno le leggi nazionali e internazionali: cosa che potrebbe abbassare il numero degli estradati rispetto alle promesse sbandierate da Ankara.

Intanto, le forze turche sono già passate all’azione. L’agenzia di stampa Anadolu, come riportato da Agenzia Nova, ha riferito della “neutralizzazione” di 29 membri del Pkk nel nord della Siria. Per ora è stata bloccata l’ipotesi di una nuova offensiva militare come avvenuto in questi anni e soprattutto durante le fasi più concitate della guerra siriana, tuttavia la minaccia di un’operazione su vasta scala ha già fatto scattare le prime mosse diplomatiche. Il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amirabdollahian, si è recato a Damasco per incontrare il presidente Bashar al-Assad proprio per discutere del pericolo di una campagna delle forze turche nel nord del Paese. E lo stesso capo della diplomazia iraniana, nei giorni scorsi volato ad Ankara, aveva detto che “forse un’operazione speciale potrebbe essere necessaria” viste le “preoccupazioni turche”. L’ipotesi dunque resta sul tavolo. E nel caso in cui Finlandia e Svezia dovessero deviare dalle promesse ribadite da Erdogan, non è da sottovalutare un’iniziativa su ampia scala da parte di intelligence e soldati di Ankara contro il Partito dei lavoratori del Kurdistan e le Ypg del nord della Siria.

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