Il recente interesse mostrato dalla Cina nei confronti delle Isole Salomone e di altre nazioni del Pacifico ha fatto scattare molteplici campanelli di allarme a Washington, Canberra e Wellington. Gli Stati Uniti e i loro alleati, che per molti anni hanno letteralmente ignorato queste piccole realtà nazionali, si sono accorti che, senza un deciso ingresso in campo volto a contrastare il soft power cinese nella regione, Pechino avrebbe presto fatto proseliti, raccolto preziosi alleati ed espanso la propria influenza in loco.

In politica estera, del resto, la Casa Bianca ha trascorso gli ultimi decenni ad occuparsi di tutt’altro: dall’Afghanistan al Medio Oriente, dalla Corea del Nord alla minaccia cinese per chiudere con l’Ucraina. Non del Pacifico, dove il vuoto creatosi è stato gradualmente occupato dalla Cina. O meglio: Pechino ha provato a farlo, passo dopo passo, non sempre riuscendoci.

Nel frattempo Joe Biden, resosi conto delle manovre cinesi, ha invitato alla Casa Bianca i leader o i rappresentanti delle insulari del Pacifico nel primo summit dedicato interamente al tema. Presenti all’appello Isole Cook, Figi, Polinesia francese, Micronesia, Isole Marshall, Nuova Caledonia, Palau, Papua Nuova Guinea, Samoa, Isole Salomone, Tonga, Tuvalu, Nauru e Vanuatu. Australia, Nuova Zelanda e il Segretario generale del Forum delle Isole del Pacifico hanno partecipato in qualità di osservatori.

La proposta di Biden

La Casa Bianca ha proposto agli ospiti una nuova strategia per sostenere i loro governi. Questa include un ampio sforzo del governo degli Stati Uniti per lavorare con le nazioni insulari al fine di affrontare il cambiamento climatico, gli investimenti nelle infrastrutture, la pesca illegale, la sicurezza, le sfide umanitarie e tutti gli altri nodi regionali. Oltre alla strategia, l’amministrazione Biden ha messo sul piatto anche un pacchetto di assistenza separato di 810 milioni di dollari per le isole.

Il Wall Street Journal, citando alcuni funzionari anonimi, ha scritto che l’evento, di due giorni, ha lo scopo di “impressionare” i leader ospiti e far capire loro che Washington sta rinnovando l’attenzione su una regione ricca di pesca e corsi d’acqua strategici . Una regione, inoltre, una volta considerata da Washington una propria “riserva” e oggi messa in discussione dalla Cina.

Pechino, infatti, ha ampliato la sua presenza diplomatica e investito denaro in aeroporti, telecomunicazioni, resort e altre attività e infrastrutture. All’inizio di quest’anno, giusto per fare un esempio, il Dragone ha stretto un patto di sicurezza con le Isole Salomone, consentendo l’accesso al personale di sicurezza cinese e, potenzialmente, sostengono gli Usa, ottenendo un punto d’appoggio per l’esercito cinese.

L’errore degli Stati Uniti

Nella sua “Strategia di partenariato per il Pacifico“, l’amministrazione Biden ha fatto riferimento ad una dichiarazione dei leader delle isole del Pacifico dello scorso anno, in cui questi affermavano che “l’accresciuta concorrenza geopolitica” stava avendo un impatto sui loro Paesi.

“Sempre più”, afferma quindi la strategia, “questi impatti includono la pressione e la coercizione economica da parte della Repubblica Popolare Cinese, che rischia di minare la pace, la prosperità e la sicurezza della regione e, per estensione, degli Stati Uniti”. “Queste sfide richiedono un rinnovato impegno degli Stati Uniti in tutta la regione delle isole del Pacifico”, si legge, ancora, nella proposta Usa.

Attenzione però, perché, come ha sottolineato Asian Nikkei Review, i leader del Pacifico hanno da tempo percepito di essere considerati come parte di una più ampia battaglia per la supremazia tra Washington e Pechino. Il grande rischio, per gli Stati Uniti, è che questi Paesi possano diffidare della proposta statunitense e sentirsi più pedine di un gioco più grande di loro che non alleati di Washington o della grande potenza di turno. Limitarsi ad offrire loro una strategia, così su due piedi, senza prima instaurare un legame più profondo, potrebbe costare carissimo a Biden.

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