Da paladino della retorica europeista a “sovranista” fatto e finito. Da liberale di ferro, fautore di meritorcrazia e riforme di stampo anglosassone a pragmatico difensore della necessità dello Stato francese di proteggere la sua economia. Da fautore del multiculturalismo a occidentalista, nemico dell’Islamismo radicale e della “segregazione” interna di intere aree delle metropoli del Paese assediate dall’ideologia radicale. Da figura fuoriuscita dal Partito Socialista di François Hollande a centrista e, infine, a leader capace di acquisire diversi toni e diverse visioni proprie della destra repubblicana.

Emmanuel Macron è cambiato in cinque anni di detenzione del potere avviati nel 2017 con la sua ascesa come homo novus ai vertici della Republique. L’ex ministro di Hollande reinventatosi leader politico in testa al movimento “La Republique En Marche”, l’ex enfant prodige dell’Ecole Nationale de Administration diventato presidente, l’idolo della stampa anglosassone nella crociata antipopulista trasformatosi in epigono del generale De Gaulle ha operato una svolta dettata dal peso dell’autorità da lui rivestita, ma profondamente legata alla sua concezione organica e verticistica del potere.

La presidenza “imperiale” di Macron

Una sola cosa non è mai cambiata del 2017 ad oggi: la gestione “gioviana” del potere da parte del monarca repubblicano dell’Eliseo, che proprio sull’esperienza consolidata alla guida dello Stato punta a giocarsi ora la riconferma. Una partita che in tempi ordinari lo vedrebbe costretto a rincorrere in salita: figura fortemente polarizzante, passato attraverso controverse riforme (dalle misure sul lavoro alle ecotasse che hanno scatenato i Gillet Gialli) e un rapporto complesso con l’opinione pubblica, oscurato nella prima fase di pandemia dall’ex premier Edouard Philippe nella gestione del potere, colpito in campo politico dalla perdita del controllo sull’Assemblea Nazionale, Macron ha reagito sfruttando la forza e l’autorevolezza garantiti dal ruolo. Interpretando il ruolo del capo dello Stato nella sua forma più estesa, identificandosi organicamente con lo Stato, con le sue traiettorie politiche, con il dettato delle priorità pubbliche e politiche.

Che si parli della politica estera, dove la Francia ha conosciuto anni di attivismo dinamico per quanto spesso velleitario, delle strategia di sicurezza nazionale, dei grandi temi della transizione energetica e digitale, dell’appello alla cittadinanza repubblicana a contenere la pandemia, delle uscite dure (come il recente attacco ai No-Vax), della ricerca di un ruolo centrale in Europa dopo l’addio al potere di Angela Merkel Macron ha ricercato una rendita di posizione “situazionista”. Posizionandosi chiaramente sulla scia di una strategia che oggigiorno mira a costruire attorno alla sua figura il ruolo, decisamente non fuori luogo, del capo intento a prendere scelte difficili cecando di unire la nazione dietro di sè; del presidente carico di responsabilità cui si possono pure imputare errori e scelte difficili, ma che vuole trasmettere una visione chiara degli obblighi che il potere impone.

Il potere logora chi non ce l’ha

Citando Giulio Andreotti, l’obiettivo di Macron pare fare sì che il potere logori chi non ce l’ha: Valerie Pécressecandidata gollista, appare l’avversario più temibile in vista del ballottaggio? Macron risponde dando velatamente sponda alle polemiche della destra più radicale, quella di Eric Zemmour e Marine Le Pen, con la “trappola” della bandiera europea sull’Arco di Trionfo.

Mentre Zemmour e la Le Pen partivano all’attacco mostrando la debolezza e la fragilità di una visione identitaria non meno incerta di quella della cultura progressista che denunciano, Macron poteva giustamente far intendere, puntando a sfondare nell’elettorato in bilico tra centro e centro-destra, che dietro la bandiera con le dodici stelle si poteva leggere, chiaramente, il tricolore repubblicano, simbolo di centralità di Parigi in Europa. Un messaggio decisamente più “sovranista” di ogni battaglia post-materiale legata a mere immagini. Capace di ghettizzare ulteriormente la destra più radicale in ascesa.

Le radici filosofiche del macronismo

Foreign Policy legge nella graduale trasformazione di Macron come leader il coerente percorso del presidente nell’interpretazione del pensiero dei suoi due grandi maestri. Da un lato, il filosofo Paul Ricœur (1913-2005), sapiente lettore dei tre “maestri del sospetto”, Marx, Nietzsche e Freud, che ha trasmesso al presidente la necessità di unire l’analisi della sovrastruttura economico-sociale di un contesto (Marx), il peso organico delle volontà di potenza delle figure di potere e degli apparati (Nietzsche) e il legame diretto con l’immaginario collettivo e l’inconscio della popolazione (Freud) nell’esercizio del potere, trasformando lo Stato francese in uno “spazio di negoziazione tra narrative” e istanze differenti “da ricondurre a un organicismo finale”, avente in testa il capo dello Stato come figura in grado di orientarne le traiettorie.

Dall’altro, Michel Rocard (1930-2016), rivale di François Mitterrand e esponente dell’ala anticomunista del Partito Socialista, primo ministro di Francia dal 1988 al 1991. Rocard, che Macron ha più volte indicato come suo maestro, ha insegnato all’attuale capo dello Stato l’unione tra una solida impostazione valoriale di base (orientabile tra il centro e il centro-sinistra per entrambi) con la necessità di governare sulla base di strutture politiche e necessità capaci di andare oltre la destra e la sinistra e soprattutto di resistere alla tentazione di estendere gli spazi del mercato come decisore di ultima istanza di tutte le sfere politiche e dell’esistenza sociale. Riaffermando lo Stato come motore dell’azione pubblica.

Un presidente indispensabile?

Il pensiero di Ricœur e Rocard si fonde dunque nell’ermeneutica del potere macroniano, al di là di ogni steccato ideologico, fornendo un nuovo orizzonte interpretativo del potere presidenziale francese. Sempre più identificabile con l’uomo che lo detiene e sempre meno legato all’eredità del passato a cui tuttavia Macron si richiama. Ne emerge l’immagine di un presidente capace non solo di esser “plasmato” dal contingente, ma addirittura di determinarlo, nel bene e nel male.

Che si parli di investimenti strategici, proposte di politica estera, dinamiche culturali, movimenti sociali la presidenza assume sempre più il ruolo di motore, di vertice degli apparati di potere, degli “enarchi” radicati nello Stato francese, di apparato essa stessa. Strutturando attorno al capo dello Stato in carica l’idea, giusta o sbagliata che sia, dell’irrinunciabilità della sua figura in nome del proseguimento di un’agenda politica chiara di rilancio della Francia. Lasciando agli avversari spazi ridotti o battaglie di retroguardia, che appaiono totalmente sminuite di fronte alle necessità dell’esercizio del potere. Con questa mossa astuta Macron si gioca le sue carte di rielezione: e il fatto stesso che, nonostante i vari errori e le problematiche di cinque lunghi anni, il presidente sia ampiamente in partita, se non addirittura favorito mostra sicuramente un livello di intelligenza politica che va analiticamente riconosciuta.

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