Per adesso gli abitanti di Chisinau, capitale della Moldavia, hanno altri problemi a cui pensare rispetto alla incombente (e ingombrante) crisi in Ucraina. In città ad esempio da giorni non si trovano molti taxi in giro. Anche comprare il pane è diventato piuttosto problematico. Da settimane il Paese è alle prese con una grave crisi energetica, derivante anche dagli screzi con Mosca e con la società russa Gazprom e i prezzi sono schizzati alle stelle. La benzina è passata da 8 Lei a 17 per litro in due mesi. E molti tassisti hanno preferito mantenere in garage i propri mezzi. Il prezzo del grano è passato da 800 a 1.450 Lei per tonnellata, i cittadini hanno quindi assistito a un raddoppio del costo del pane. Problemi quotidiani che però non devono far distrarre comunque dalla delicata posizione del Paese in relazione all’Ucraina. Se l’attuale escalation dovesse espandersi e andare oltre il territorio ucraino, la Moldavia si trasformerebbe in un fronte avanzato. Non solo politico, ma anche militare.

L’attuale posizione della Moldavia

Il contesto moldavo è tra i più complessi d’Europa. Al momento dell’indipendenza si è dato vita a uno Stato “schiacciato” tra Romania e Ucraina e senza sbocchi a mare. Un vero e proprio “pendolo” tra oriente e occidente, le cui oscillazioni interne hanno lacerato politicamente il Paese. La maggioranza della popolazione parla il rumeno ed è culturalmente legata a Bucarest. Con l’ingresso della Romania nell’Ue, a Chisinau sono sorti movimenti e partiti più favorevoli a un avvicinamento con l’occidente. Ma parlare di Moldavia vuol dire parlare anche di Transnistria. La regione cioè indipendente de facto sorta nel 1991 a est del fiume Dnestr. Qui vive buona parte della popolazione russofona. Statue di Lenin e vessilli con falce e martello fanno ancora parte del panorama di Tiraspol, la capitale di questo piccolo Stato da mezzo milione di abitanti non riconosciuto internazionalmente. Secondo il diritto internazionale anche quest’area è organica alla Moldavia. Ma esiste un governo autonomo, una moneta separata dal Lev moldavo e un orientamento politico decisamente più affine a Mosca. Tanto che nel 2015 le autorità locali avevano chiesto l’annessione alla federazione russa.

Tra Moldavia e Transnistria c’è quindi un confine reale, non segnalato ufficialmente sulle carte. Un confine che oggi, alla luce di quanto sta accadendo in Ucraina, appare inevitabilmente molto caldo. Soprattutto negli ultimi due anni il governo di Chisinau è virato in modo netto verso una maggiore integrazione con l’occidente. L’elezione di Maia Sandu a presidente nel 2019 e la nomina di Natalia Gavrilița a premier nel 2021 hanno certificato la tendenza pro Ue e pro Nato. E non è un caso se sul finire dell’anno scorso sono sorte scintille tra Chisinau e la russa Gazprom per la fornitura del gas, dispute alla base poi della crisi energetica da cui è scaturita l’attuale grave crisi economica. Formalmente la Moldavia è neutrale e così dovrebbe risultare anche in relazione alla disputa tra Russia e Ucraina. Il Partito Socialista, all’opposizione e schierato su posizioni più filorusse, ha però denunciato accordi tra il governo e la Nato in grado di pregiudicare la neutralità moldava. Il riferimento è soprattutto alla visita di gennaio, nel pieno delle nuove tensioni tra Kiev e Mosca, del ministro degli Esteri Nicu Popescu a Bruxelles. In quell’occasione sono stati stretti accordi e intese riguardanti il “Piano di cooperazione 2022-2023” tra la Nato e Chisinau. Un documento che implicherebbe rapporti più intensi tra le due parti e che rischierebbe di trasformare quel confine non ufficiale in una cruciale linea del fronte tra occidente e oriente.

La situazione in Transnistria

A preoccupare non sono soltanto le novità politiche relative ai rapporti tra la Moldavia e la Nato. A fine gennaio sono stati registrati movimenti militari sia da una parte che dall’altra del fiume Dnestr. Il 21 gennaio si è avuta notizia di spostamenti di mezzi pesanti, decretati dai vertici della Difesa moldava, avvenuti non lontano dalla fascia di sicurezza. Si tratta della zona istituita per evitare diretti contatti tra militari moldavi e forze della Transnistria. A denunciare questi movimenti è stato Oleg Belyakov, presidente della Commissione di controllo congiunta della Transnistria. Ci sarebbero anche dei video che testimonierebbero spostamenti di cannoni e armi in un territorio non lontano dal confine e, in particolare, in una base situata nel comune di Bulboaca. Qui opererebbero, secondo fonti però non confermate, anche militari della Nato arrivati a seguito dei recenti accordi tra Chisinau e l’Alleanza.

Dall’altra parte del confine, per tutta risposta, sono state annunciate operazioni delle forze russe presenti in Transnistria. Ossia del contingente di Mosca presente nella regione dal 1992, anno degli accordi internazionali sottoscritti dalle parti per porre termine agli scontri avviati subito dopo l’indipendenza della Moldavia. Il 25 gennaio l’agenzia Interfax ha confermato le esercitazioni tenute dai soldati russi, con il governo di Chisinau che ha protestato e ha parlato di violazione degli obblighi internazionali. Secondo il direttore dei servizi di sicurezza moldavi Alexandr Esaulenco, da Mosca sarebbe arrivato anche il via libera anche a un aumento del contingente russo in Transnistria. In poche parole, in Moldavia sta accadendo in piccolo ciò che sta accadendo, in grande, in Ucraina. Sul fronte russo aumenta il numero di soldati impiegati e schierati, mentre dall’altro lato della barricata aumentano le dotazioni di armi da parte della Nato e i movimenti di mezzi e munizioni. Impossibile non collegare queste circostanze all’escalation in corso tra Kiev e Mosca. Il fronte moldavo, in caso di conflitto, avrebbe una valenza strategica fondamentale.

Il rischio di una lacerazione della Moldavia

Non solo divisione tra il territorio controllato dallo Stato moldavo e quello in mano alle autorità della Transnistria. Non solo spaccature interne alla società tra una maggioranza rumena e una minoranza russofona. La Moldavia deve registrare anche altre divisioni. A partire da quella riguardante i partiti più vicini all’occidente e quelli invece più inclini a Mosca. Poi occorre valutare la posizione dell’opinione pubblica. Tra i moldavi da anni ci sono gruppi favorevoli a una maggiore neutralità, altri invece che chiedono un definitivo avvicinamento politico alla Romania. Movimenti non omogenei in grado di contrassegnare una società molto più complessa di quanto possa apparire all’esterno. In un contesto del genere, gli echi della crisi ucraina potrebbero aumentare ulteriormente le dimensioni delle varie faglie interne. L’attuale crisi economica farebbe poi il resto. L’impressione è che l’equilibrio moldavo sia irrimediabilmente legato all’escalation ucraina. Più crescono i venti di guerra, più il Paese potrebbe essere travolto dall’uragano politico e militare arrivante dalla vicina Ucraina.

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