L’Egitto appare sempre più chiuso in se stesso. I militari hanno sigillato il paese e non ammettono alcuna forma di dissenso. La morte dell’ex presidente dei Fratelli Musulmani, Mohammed Morsi, avvenuta nell’aula del tribunale che lo giudicava, rende evidente la realtà tragica delle carceri egiziane. Prigioni che divorano le persone, facendole sparire in luoghi in cui non vengono sottoposte a cure mediche nemmeno se la malattia è conclamata, come nel caso dell’ex presidente. Secondo Amnesty International nelle prigioni egiziane vi sono più di 60mila prigionieri politici. Persone che appartengono a tutto l’arco politico del paese, islamisti come laici e studenti. Le persone hanno sempre più paura di parlare. La pietra tombale su qualunque speranza che l’Egitto potesse ancora aprirsi alla società civile l’ha messa il referendum costituzionale, tenutosi a Pasqua, con cui il generale Al Sisi si è garantito il potere nei prossimi anni.

Secondo l’Autorità Elettorale Nazionale, l’88,8% degli elettori che sono andati a votare, hanno approvato le proposte di Al Sisi. Le associazioni della società civile denunciano però pesanti brogli e la compravendita di voti. L’affluenza è stata del 44,3%. Il presidente Al Sisi ha così ottenuto che il suo secondo mandato sia esteso da quattro a sei anni. Inoltre, potrà candidarsi a un altro mandato nel 2024.
La riforma costituzionale concede poi più potere ai militari, permettendogli di intervenire in politica e dando al presidente un maggior controllo sul potere giudiziario.

I tribunali militari potranno inoltre processare i civili per crimini “contro strutture militari, equipaggiamenti, armi, documenti e fondi pubblici”. Se prima questi assalti dovevano essere diretti contro edifici militari, ora anche i civili che attaccano le strutture protette dai militari, come le università pubbliche, dovranno affrontare i tribunali militari.

Infine il presidente dirigerà anche il Consiglio Supremo per gli Organi Giudiziari e le autorità che controlleranno il potere giudiziario e avranno di potere di scegliere il capo della Corte Costituzionale Suprema e il pubblico ministero. Ormai è assolutamente chiaro che Al Sisi ha puntato a una restaurazione del potere militare e che a confronto la presidenza di Mubarak era piuttosto liberale. Il nuovo governo ha saputo approfittare delle turbolenze internazionali, dell’incapacità dei ragazzi di piazza Tahrir di costruire un’alternativa democratica e degli errori dei Fratelli Musulmani, per creare un militarismo ancora più forte di quello che ha portato alla rivoluzione. Certo non è sicuro che funzioni, le recenti proteste che hanno portato alla fine del regime di Abdelaziz Boutelfika in Algeria e di quello di Omar Hassan Al Bashir in Sudan, dimostrano che i giochi non sono mai del tutto chiusi. Anche se non sappiamo ancora come evolverà la situazione in questi due paesi, l’accordo raggiunto in questi giorni in Sudan per un governo di transizione dimostra che la società civile è ancora viva in Nord Africa. I militari di Khartoum e i rappresentanti della società civile hanno convenuto di istituire un consiglio sovrano con una presidenza militare e civile a rotazione per un periodo di tre anni. L’accordo vedrà i militari in carica per i primi 21 mesi, poi un’amministrazione gestita da civili per i successivi 18 mesi. Certo l’accordo è ancora molto fragile e non è sicuro che vedrà davvero la luce. Per altro in Sudan i manifestanti continuano a morire per mano di militari. Ma la partita è tutt’altro che chiusa.

Anche in Algeria le proteste continuano da mesi e la gente si aspetta un’apertura alla società civile della politica del paese. Il 5 luglio, giorno in cui si festeggiava l’indipendenza dalla Francia sono proseguite le manifestazioni che da mesi si tengono in tutto il paese. L’attuale Presidente ad interim Abdelkader Bensalah, nel tentativo di rasserenare gli animi, ha indetto una “Conferenza Nazionale per il dialogo” a cui non sono stati invitati membri dello Stato né dell’esercito. “Questo dialogo – ha detto – sarà condotto liberamente e con totale trasparenza da figure nazionali indipendenti che hanno credibilità e che non sono legate a nessun partito”.

“Lo stato – ha aggiunto – in tutte le sue componenti, compresa l’esercito, non parteciperà a questo dialogo e rimarrà neutrale per tutto”.
Tutto questo fermento nel Nord Africa, guasta i piani del presidente Al Sisi, che dopo la crisi libica e siriana, pensava di poter tranquillamente mettere un bavaglio alla società civile in nome della stabilità interna. L’Algeria e il Sudan dimostrano invece che la guerra civile libica e siriana e la situazione egiziana non hanno intimorito la società civile algerina e sudanese. Il presidente egiziano non può quindi dare per scontato che la società civile non si risvegli anche in Egitto.

Le forze armate egiziane non sono poi ancora riuscite a pacificare del tutto il Sinai. Human Rights Watch (HRW) ha accusato sia le forze di sicurezza egiziane che i jihadisti di commettere “crimini di guerra”. L’Ong ha scritto in un rapporto, fatto intervistando i locali, che “le forze militari e di polizia egiziane sono responsabili della maggior parte degli abusi documentati nel rapporto e che anche i jihadisti abbiano commesso “crimini orrendi”.

L’Ong ricorda come nel novembre nel 2017 abbiano attaccato una moschea nella provincia del Sinai settentrionale, uccidendo 235 persone. È stato l’attacco più letale del suo genere da quando nel 2013 è scoppiata la rivolta dei jihadisti nella penisola. Un gruppo collegato all’Isis è sospettato di aver commesso la carneficina, ma nessuno ha ammesso la responsabilità dell’attacco della moschea. Le forze di sicurezza hanno, negli ultimi anni, preso di mira i residenti del Sinai arrestando migliaia di persone. Secondo il rapporto dell’HRW decine di persone sarebbero sparite nel nulla.
Anche il canale televisivo Al Jazeera, con in Qatar, storico avversario di Al Sisi, ha accusato l’Egitto di essere diventato “un paese senza legge e senza rispetto per i giornalisti”. Al Jazeera ricorda il caso del giornalista Mahmoud Hussein. Il reporter che era stato appena rilasciato per ordine di un tribunale è stato di nuovo incarcerato nonostante abbia trascorso 890 giorni di detenzione senza accusa.

Il giornalista è tornato nella prigione di Tora in Egitto in circostanze poco chiare. Hussein era in una cella di detenzione nel distretto di Giza del Cairo da sabato, mentre aspettava l’autorizzazione definitiva dall’ufficio della National Security Agency. Un tribunale egiziano aveva confermato la decisione del 21 maggio di rilasciare Hussein sotto “misure precauzionali”.
La sentenza avrebbe limitato i suoi movimenti, ma lo avrebbe liberato dalla prigione. Invece di essere liberato come previsto il giornalista è stato inspiegabilmente incarcerato di nuovo.
Hussein è in custodia dal 2016 senza dover affrontare accuse formali o processi. La carcerazione di centinaia di oppositori, lo spreco di soldi in progetti faraonici come la nuova capitale o il raddoppio del canale di Suez, la corruzione dilagante, la disoccupazione galoppante e le continue diatribe tra l’esercito e la polizia, potrebbero a lungo termine dimostrarsi il tallone d’Achille di Al Sisi.

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