La Russia è sotto choc. La commentatrice e politologa Darya Dugina, figlia del più noto Aleksandr, ha trovato la morte in un attentato eclatante avvenuto ieri sera attorno alle 21. Ignoti i moventi e gli autori, fino a questo momento, mentre un poco più chiare sono le circostanze dell’accaduto: la giovane stava rincasando a Mosca ed era alla guida dell’automobile del padre, una Toyota Land Cruiser Prado, che è esplosa in una statale nei pressi di Bol’šie Viazëmy.

Gli investigatori russi hanno aperto un fascicolo a carico di ignoti e una terribile indiscrezione, che era nell’aria sin dagli istanti successivi all’esplosione, l’hanno già confermata: i primi accertamenti effettuati su ciò che resta della vettura hanno confermato la presenza di tracce di esplosivo. Si è trattato, in sintesi, di un attentato. E sembra abbastanza chiaro chi è il destinatario del messaggio: Vladimir Putin.

Chi era Darya Dugina

Darya Dugina era la secondogenita, nonché l’unica figlia femmina, di Aleksandr Dugin. Nata nel 1992, a sette anni di distanza dal fratello Artur, era legatissima al padre, del quale aveva seguito le orme sin dalla gioventù e si apprestava a succederlo: prima la laurea in filosofia presso l’Università statale di Mosca, poi il dottorato, infine l’approdo nella galassia eurasistica – intellettuale e attivista nel Movimento eurasiatico internazionale – e nello spazio politologico come analista.

Frequentatrice dei salotti televisivi, giornalista e ospite di eventi politici e culturali – al momento della morte era di ritorno dal festival Tradizione –, la Dugina era stata recentemente introdotta nell’elenco dei cittadini russi sanzionati da Regno Unito e Stati Uniti per il presunto ruolo giocato nel diffondere disinformazione in relazione alla guerra in Ucraina.

I possibili autori (e i loro moventi)

L’Ucraina non è l’unico campo di battaglia che sta impegnando Putin. Perché all’interno dello stesso Cremlino, dalla notte del 24 febbraio 2022, è in corso una guerra tra poteri per il potere. Una guerra che ha lasciato a terra diversi morti, tra i quali ben sette personaggi di alto profilo legati a Gazprom e all’industria miliardaria del petrolio e del gas naturale, e degli anomali feriti, ossia ufficiali declassati o demansionati, (ex) fedelissimi trasferiti e piccoli re destituiti, come Vladislav Surkov.

La morte di Darya Dugina potrebbe inserirsi in questo contesto di guerra nella guerra, all’interno della quale non è sempre possibile stabilire quando trattasi di repulisti eteroguidati dal Cremlino e quando di vendette trasversali operate da quinte colonne. Vittima collaterale – perché su quell’auto avrebbe dovuto esserci il padre – di un conflitto nel quale non è semplice addentrarsi, per carenza di prove e sovrabbondanza di indizi che dicono tutto e niente, ma del quale è indispensabile parlare. Perché è qui, oltre che in Ucraina, che si sta giocando il destino del sistema putiniano.

Due sono le possibili, o meglio probabili, piste che guideranno gli inquirenti chiamati a far luce sul caso Dugina: il gesto di una quinta colonna o l’operazione spettacolare dei servizi segreti ucraini. Differenti moventi, stesso destinatario: Putin, la cui immagine e la cui weltanschauung sono state edificate (anche) grazie allo stacanovismo intellettuale di Dugin. Colpire il pensatore, ideologo del neo-eurasismo e tra i capifila del partito della guerra, per turbare i sonni del presidente russo.

Qualora si trattasse di agenti interni, andrebbero ricercati nell’influente-ma-taciturno partito antiguerra, che vanta sostenitori dalla grande imprenditoria – danneggiata dalle sanzioni e in simbiosi più con l’Occidente che con l’Asia – ai siloviki, e che possiede sia gli uomini sia i mezzi per condurre operazioni di questo genere.

Se dovesse emergere la firma dello SBU ucraino, una tesi già avanzata da RT e Denis Pušilin, per il Cremlino sarebbe uno smacco parimenti grave: dimostrazione delle capacità di Kiev di neutralizzare gli obiettivi presenti nella propria lista nera – che è abbastanza lunga – e, non meno importante, di colpire in profondità il nemico. Non soltanto nelle periferie dell’Impero, come Donbas e Ciscaucasia, ma fino al suo cuore, Mosca.

Un’altra pista che non è da escludere aprioristicamente, alla luce degli insegnamenti della storia, è quella dell’autoattentato, che è parte integrante dell’armamentario ibrido dei servizi segreti di Mosca sin dall’alba dell’era sovietica e che potrebbe servire, ora come ora, a giustificare determinati corsi d’azione, poiché divenuta la minaccia ucraina visibile e tangibile anche per il russo comune.

Le conseguenze del caso Dugin

Quali saranno le conseguenze di questa dimostrazione di forza, indicativa del livello di escalation a cui è giunto il conflitto, è comunque da vedere. Perché ogni sfida è anche un’opportunità. E Putin, da esperto judoka, potrebbe trovare in questo attentato un pretesto per stringere ulteriormente la morsa sulle quinte colonne, espandere il regime di sorveglianza di massa o alzare ancor di più l’asticella della tensione con l’Ucraina – magari rispondendo con un oculum pro oculo , cioè eliminando (o cercando di eliminare) una figura simbolica della presidenza Zelenskij –, oppure tutte e tre le cose.

Nell’attesa che emerga la verità, sempre se emergerà, l’attentato del 20 agosto è un invito ad andare oltre l’Ucraina, perché la guerra è anche in Russia.

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