Per la verità la possibilità che una base turca possa essere impiantata a Misurata non è una novità, visto che già a luglio negli ambienti diplomatici si sussurrava su questa ipotetica eventualità. L’annuncio però delle scorse ore, seppur non ufficiale, non ha impedito sia in Italia che in Europa di far sobbalzare dalla sedia alcuni dei responsabili della difesa. La concessione di cui ha dato notizia Al Arabiya e che al momento non ha trovato smentita né in Libia e né in Turchia, darebbe ad Ankara il porto di Misurata per 99 anni e quindi la possibilità di installare una base nei fatti permanente nel Mediterraneo centrale. Una circostanza che potrebbe alimentare gli incubi di chi, nel nostro Paese e non solo, sa a cosa si andrebbe incontro con una Turchia sempre più presente nel mare nostrum.

Il patto tra Tripoli – Ankara – Doha

Tutto è nato dall’incontro tenuto nella capitale libica lo scorso lunedì. Non erano presenti delegazioni qualsiasi: seduti attorno ad un tavolo, mentre fuori Tripoli per la prima volta dopo tanti mesi temeva più il caldo che le bombe in un contesto che è apparso leggermente più tranquillo di prima, vi erano i rappresentanti della difesa di due Paesi chiave per il governo di Fayez Al Sarraj. La Turchia e il Qatar, ovvero i massimi finanziatori dei Fratelli Musulmani e i principali sponsor dell’esecutivo libico. Impossibile immaginare una riunione ordinaria tra i vertici della difesa del governo facente capo ad Al Sarraj con quelli di Ankara e Doha. Evidentemente c’era qualcosa in ballo che valeva ben più che un semplice aggiornamento dell’alleanza che negli ultimi mesi ha permesso alle milizie del Gna di far indietreggiare dalla Tripolitania l’esercito del generale Haftar.

Impressioni confermate ora dopo ora nei giorni successivi: tra Tripoli, Ankara e Doha è stato siglato una sorte di patto d’acciaio. Due potenze regionali legate alla Fratellanza che hanno messo il proprio sigillo sul governo libico riconosciuto dall’Onu. Ecco lo scenario emerso dopo quell’incontro. In questo contesto non è quindi insensato pensare che realmente Tripoli abbia concesso ad Ankara la possibilità di avere per 99 anni il porto di Misurata. Per la Turchia questo corrisponderebbe a piazzare definitivamente la propria bandiera in Libia, almeno in quella parte occidentale destinata a essere sempre più sotto la propria influenza negli anni a venire specie dopo il memorandum stretto tra il presidente Erdogan e Al Sarraj il 27 novembre scorso. Il Qatar, dal canto suo, si è impegnato a ricostruire buona parte delle infrastrutture militari danneggiate da questi ultimi anni di conflitto. Soldi e lavori che proietterebbero il piccolo ma ricco emirato sul Mediterraneo. E che potrebbero agganciare per diverso tempo la Libia al patto della Fratellanza Musulmana.

Cosa rischia l’Italia

Viene quindi spontanea la domanda circa il destino del nostro Paese in Libia. L’Italia potrebbe essere buttata fuori dal patto sulla difesa siglato dai tre governi a Tripoli? Difficile trovare una risposta, più facile però prevedere che forse lo scenario, anche se non favorevole a Roma, tutto sommato riserva alla nostra diplomazia ancora qualche carta da giocare. Turchia e Qatar possono mettere sul piatto tanti soldi, ma la competenza e l’esperienza, nonché la conoscenza del territorio, sono sempre dalla parte dell’Italia. Anche Ankara e Doha lo sanno, per questo non permetteranno un eccessivo disallineamento tra il governo italiano e quello di Al Sarraj. Non è un caso che poco dopo il lockdown dovuto al coronavirus il dialogo tra le due sponde del Mediterraneo è ripreso ed ha portato in dote alcuni importanti lavori per l’Italia, dal valore sia economico che politico. A partire dalla ricostruzione dell’aeroporto di Tripoli, distrutto dai combattimenti del 2014, passando per l’invio del nostro genio militare specializzato nello sminamento del territorio e che opererà nei quartieri a sud della capitale libica.

L’Italia dunque c’è e non sembra in procinto di essere buttata fuori dalla Tripolitania. Ma rischia enormemente sul lungo termine. Perché una Libia agganciata ai Fratelli Musulmani è un pessimo segnale sotto molti fronti. In primis, avere un governo a Tripoli fedele all’Islam politico potrebbe creare non pochi grattacapi visto l’attivismo con cui Turchia e Qatar finanziano scuole e centri culturali vicini alla Fratellanza. In secondo luogo, una volta piazzate le proprie bandiere nell’ovest della Libia difficilmente Ankara e Doha lasceranno ampio margine di manovra ad altri attori, Italia compresa. Roma forse potrebbe essere tirata in ballo nel momento di appalti per la ricostruzione e di opere importanti, circostanza non secondaria, ma avrebbe sempre meno influenza su Tripoli. In generale, il nostro Paese rischia di essere emarginato nelle scelte strategiche che riguarderanno in futuro tanto la Libia quanto il contesto del Mediterraneo centrale.

Il destino degli italiani a Misurata

C’è poi un’altra questione, più pratica e latente e riguarda la posizione dei soldati italiani a Misurata. Nella città dove dovrebbe sorgere, a meno di smentite, la base turca l’Italia aveva piazzato la sua bandiera già nel 2016 con la missione Ippocrate. Qui l’allora governo Renzi ha inviato un contingente di 300 uomini con il principale compito di gestire un ospedale da campo costruito per accogliere i feriti misuratini rientranti dalla battaglia contro l’Isis di Sirte. Negli anni poi questa struttura è rimasta come presidio e simbolo della nostra presenza nella Libia occidentale, ma con un’utilità pratica e politica sempre meno evidente. Anzi, si è rischiato un incidente diplomatico con Tripoli quando, con lo scoppio dell’epidemia di coronavirus in Libia, il governo locale ha chiesto più volte il motivo per cui l’ospedale da campo italiano non poteva essere usato per l’incombente emergenza sanitaria.

Con l’arrivo dei turchi a Misurata, ci sarà spazio per gli italiani? Forse sì o forse no. Nei giorni scorsi il ministro della Difesa Guerini era andato a Tripoli e in quell’occasione si vociferava di uno spostamento del nostro contingente e dell’ospedale da Misurata alla capitale libica. Circostanza poi in parte smentita, forse soltanto una parte verrà spostata a Tripoli e al momento i piani da questo punto di vista non appaiono chiari. Ma sotto il profilo prettamente politico, è evidente che negli anni la nostra presenza a Misurata non è stata adeguatamente capitalizzata. Per 4 anni abbiamo avuto un contingente, che nei momenti più critici del conflitto ha anche rischiato di subire i bombardamenti, in una città adesso “promessa” alla Turchia.

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