Mentre il mondo osserva quanto accade in Ucraina, altre forze nel mondo si muovono per tessere la propria trama diplomatica. E una di queste è la Turchia di Recep Tayyip Erdogan.

La politica estera di Ankara ha fatto di nuovo capolino nella stampa internazionale per il ruolo nelle trattative tra Kiev e Mosca. La Turchia fornisce armi all’Ucraina e mantiene solidi rapporti con la Russia. E l’organizzazione del vertice di Antalya dove per la prima volta si sono visti i ministri degli Esteri dei due Paesi in guerra è stato un segnale importante, proseguito con un altro round di negoziati a Istanbul. Ma l’agenda turca non si concentra esclusivamente su quanto avviene a nord del Mar Nero. E in una fase così convulsa della geopolitica euro-mediterranea, Erdogan prova a effettuare un’ulteriore svolta ricucendo quella che è considerata una delle spaccature più profonde delle relazioni turche nell’area levantina: la rottura delle relazioni con l’Egitto. Secondo quanto riferito da un alto funzionario turco al portale Middle East Eye, Ankara sarebbe infatti pronta a nominare un nuovo ambasciatore al Cairo dopo nove di anni di assenza a causa dello scontro successivo all’avvento al potere di Abdel Fattah al Sisi e la caduta di Mohammed Morsi, legato ai Fratelli Musulmani e quindi anche a un segmento fondamentale della politica turca.

In base alle notizie avuto da Middle East Eye, il rappresentante turco al Cairo, di cui si aspetta ancora il placet e quindi l’ufficialità, sarebbe Salih Mutlu. L’uomo è stato fino al 2020 il rappresentante del Paese anatolico presso l’Organizzazione per la Cooperazione tra Paesi Islamici.

La nomina dell’ambasciatore turco al Cairo sarebbe la svolta definitiva nelle relazioni tra Egitto e Turchia, culmine di un processo iniziato già da un anno e che ha visto dei cambiamenti soprattutto da parte del governo di Erdogan. Il Sultano ha infatti tolto il veto su numerose attività dell’Egitto come partner della Nato e ha anche vietato le trasmissioni più smaccatamente contrarie al governo egiziano e legate alla Fratellanza Musulmana. Emittenti che avevano trovato proprio in Turchia una nuova patria dopo la guerra scatenata dal leader del Cairo. Scelte che rientrano in un piano di normalizzazione dei rapporti che in questa fase storica ha assunto per Erdogan e al Sisi anche le caratteristiche dell’urgenza. La crisi post-Covid, le diverse aree di escalation non solo nel Mediterraneo, ma anche nel Sahel e nel Corno d’Africa, e infine gli interessi strategici che dividono e allo stesso tempo legano i destini di Ankara e il Cairo confermano che per entrambi i governi sia arrivato il momento di trovare una mediazione. E tutto questi si inquadra in un contesto internazionale in cui i maggiori sponsor di entrambi i Paesi richiedono da tutte e due le parti uno sforzo per raggiungere una sostanziale serenità dei rapporti.

In questo senso, appaiono fondamentali in particolare tre Paesi: Emirati Arabi Uniti, Israele e Stati Uniti. Il primo, che ha per diverso tempo affiancato l’Egitto nella partita egiziana e contrastato i piani turchi e del Qatar, main sponsor di Erdogan e cuore della Fratellanza Musulmana, si è riavvicinato al governo del “Sultano”. Il secondo, e cioè Israele, con la visita del presidente Herzog in Turchia ha fatto intendere di avere voglia di ricostruire quell’antica alleanza con Ankara che ha rappresentato, per vari decenni di vita di Israele, una garanzia di stabilità nel Medio Oriente. E in questo non può nascondersi anche l’interesse del governo di Naftali Bennett da un lato ad assicurarsi il supporto turco nella questione palestinese, dall’altro lato a evitare che il Mediterraneo orientale riesploda in tensioni marittime dovute al passaggio dei gasdotti che dal Levante potrebbero portare il gas in Europa.

Infine, elemento essenziale in questa partita sono certamente gli Stati Uniti, che in questo momento hanno fatto intendere di avere aperto un nuovo credito nei confronti della Turchia specialmente dopo l’esplosione della guerra in Ucraina. La visita ad Ankara del sottosegretario di Stato americano, Victoria Nuland, che ha incontrato il viceministro degli Esteri turco, Sedat Onal, ha certificato un riavvicinamento che nei primi mesi dell’amministrazione Biden sembrava quasi irraggiungibile, e il 4 aprile i due Paesi hanno dato il via a un “meccanismo strategico Turchia-Usa” che sembra ristabilire una partnership molto solida tra Ankara e Washington. Una sinergia che chiede inevitabilmente a Erdogan di evitare ulteriori tensioni nel Mediterraneo orientale, anche con un partner abbastanza scomodo come può essere per gli Stati Uniti l’Egitto. Sullo sfondo, anche diverse sfide in cui Egitto e Turchia adesso devono iniziare a trovare dei compromessi. La partita libica, essenziale per stabilità regionale ma anche teatro di una guerra per procura (e non) che ha coinvolto in modo diretto proprio Il Cario e Ankara. A questa si aggiunge il nodo del Sahel, dove la penetrazione turca ha trovato spesso l’ostacolo egiziano. E lo stesso dicasi per il Corno d’Africa, che Erdogan da diversi anni considera uno dei territorio prediletti per proiettare la propria sfera di influenza ma in cui Al Sisi vuole vederci chiaro, in particolare insieme agli Emirati.

Infine, fondamentali sono i rapporti commerciali tra i due Paesi: elementi-chiave per comprendere la ripresa dei canali diplomatici diretti tra Ankara e il Cairo. Per l’Egitto, come scrive sempre Middle East Eye, si parla sempre più spesso di accordi con la Turchia per riportare i turisti russi nel Paese. L’economia egiziana vive in parte anche grazie al turismo e i clienti russi sono crollati dopo l’inizio della guerra e in particolare con le sanzioni che hanno imposto il blocco dei voli negli spazi aerei europei. Il piano di alcuni funzionari nordafricani è quello di unire i due Paesi creando un corridoio turistico che possa sfruttare il passaggio lasciato libero proprio sullo spazio aereo turco. E come se non bastasse, a livello commerciale un rapporto dell’Egypt’s General Organization for Export and Import Control riferito al 2020 parla di un export egiziano in Turchia in aumento nonostante le tensioni diplomatiche. E lo stesso discorso può essere fatto per l’export turco in Egitto, con una crescita in due anni di quasi un terzo.

La notizia di queste progressive aperture – che potrebbero culminare con la nomina di un rappresentate diplomatico – indicano il tentativo di stabilizzare un’area fondamentale come quella del Levante.

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