Il sorprendente esito delle elezioni presidenziali statunitensi dello scorso 8 novembre aveva sancito l’ascesa alla Casa Bianca di Donald Trump e il contemporaneo mantenimento della maggioranza repubblicana in entrambi i rami del Congresso di Washington: formalmente, di conseguenza, Trump è salito al potere divenendo il primo presidente repubblicano dagli Anni Venti a oggi a guidare gli Stati Uniti potendo contare, al momento dell’insediamento, sul controllo del Grand Old Party su Senato e Camera dei Rappresentanti. Tuttavia, la natura anomala della scalata di Trump ai vertici della formazione conservatrici, l’aspra dialettica interna del Partito Repubblicano e le forti divisioni tra i suoi alti papaveri circa il sostegno all’operato del presidente hanno fatto sì che tale vantaggio finisse per esistere solo sulla carta: lungi dall’avere la strada spianata di fronte a sé, infatti, Trump ha avuto forti difficoltà a inserirsi nelle dinamiche di potere di Washington e ha iniziato un’oscillazione pendolare tra i diversi apparati, cercando ora il sostegno dei vertici militari del Pentagono, ora un compromesso duraturo con i parlamentari del suo partito. 

Il Senato rappresenta, allo stato attuale delle cose, il caposaldo su cui si sono arroccati i tradizionali apparati di potere repubblicani che, a prescindere dalla divisione in correnti interne, hanno visto una minaccia nella travolgente marcia del tycoon newyorkese verso la Casa Bianca, il cui risultato è stata una vera e propria tabula rasa delle gerarchie di partito. A Capitol Hill l’azione degli oppositori interni di Trump è favorita dalla ristrettezza dei numeri: il Partito Repubblicano, infatti, detiene 52 seggi su 100 contro i 48 controllati dal Partito Democratico che, su determinate e precise questioni, sta dimostrando un deciso e tenace istinto di opposizione a Trump. Pochi franchi tiratori bastano per affossare importanti proposte legislative, come dimostrato il 28 luglio scorso dal clamoroso naufragio del progetto di destrutturazione della Obamacareaffossato con 51 voti contrari e 49 favorevoli a causa del voto decisivo di tre senatori repubblicani, compreso l’avversario numero uno di Trump al Congresso, John McCain. Il caso del voto contro l’Obamacare segnala come il Senato di Washington sia determinato, nel corso dell’amministrazione Trump, a rilanciare la sua proiezione politica e la sua postura spiccatamente autonoma, rilanciando in maniera concreta le sue prerogative di controllo e indirizzamento della politica statunitense su determinate, importanti questioni. Tra queste, a spiccare è soprattutto la politica estera: il Senato ha storicamente giocato un ruolo importantissimo nel condizionamento delle scelte della Casa Bianca sulle tematiche di politica internazionale. Il caso più famoso a riguardo è quello del ripudio del Trattato di Versailles del 1919 che aprì la strada al ripiego isolazionista di Washington dopo la fine della Grande Guerra, destinato a durare sino al secondo conflitto mondiale, ma anche negli attuali scenari si possono notare numerose evidenze della volontà del Senato di far sentire la propria voce.

Nei confronti della Russia il Senato ha sin dall’inizio impresso con inerzia una svolta in direzione inversa a quella auspicata dal Presidente Trump: il recente voto favorevole all’espansione di nuove sanzioni contro Mosca ha chiarificato la volontà di Capitol Hill di considerare la Russia un nemico strategico di primaria importanza per Washington. Il voto, coronato da una schiacciante maggioranza di 98 voti favorevoli e 2 soli contrari, ha rappresentato un nuovo segnale lanciato a Trump che sembra, su questo punto di vista, fortemente adeguato a non contrastare apertamente i “consigli” provenienti da Capitol Hill. Come riportato dal Washington Postin ogni caso, quella tra Trump e il Senato a maggioranza repubblicana sarà, nel periodo precedente la mid-term election del 2018, una relazione complicata, destinata a caratterizzarsi come un continuo braccio di ferro. L’amministrazione dovrà mediare in maniera continua e ponderata, dato che proprio in Senato il potere contrattuale dell’establishment del Grand Old Party si farà sentire in maniera più pressante sul Presidente e sul suo governo.

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