Olaf Scholz ha suonato la carica, l’Europa ha risposto. L’annuncio del riarmo tedesco è stato solo il primo passo di una dinamica complessa che si è messa in atto dopo l’invasione russa dell’Ucraina. L’invio di armi a Kiev è stato il primo messaggio della svolta securitaria e strategica che i Paesi dell’Unione Europea stanno preparando e andrà in scena nei prossimi mesi ed anni. “Gli europei stanno realizzando che vivono in un posto dove la guerra non è più impossibile”, ha sostenuto la storica Anne Appelbaum sull’Atlantic. Appelbaum, studiosa delle dinamiche complesse verificatesi nelle “terre di sangue” contese tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica e tra le prime storiche a svelare il vero volto dell’Holodomor, la terribile carestia genocida indotta da Stalin in Ucraina, ha avvertito sul fatto che un risveglio dal torpore per l’Europa è necessario.

Per Appelbaum la “svolta a centottanta gradi di Scholz” ha cambiato nella mezz’ora del discorso di domenica 27 febbraio la storia dell’Europa postbellica: è scomparsa dalla retorica l’illusione di una sicurezza garantita, di un pacifismo mercantilista, della “fine della storia”. Ritornano in campo i discorsi sulla guerra, sul conflitto, sulla competitività. Dalle ceneri del progetto della GeRussiatravolta dalla mossa bellica di Putin, nascono nuovi discorsi sulla capacità dell’Europa di difendersi e giocare un ruolo attivo come pilastro dell’alleanza occidentale e, soprattutto, come attore responsabile.

Non è una tendenza che nasce da un momento all’altro: le discussioni sull’autonomia strategica del Vecchio Continente, soprattutto per mano franco-tedesca, sono da tempo sviluppate; Paesi dell’Ue non appartenenti all’Alleanza Atlantica, come la Finlandia e soprattutto la Svezia, hanno da tempo compiuto passi verso la ricerca di una postura più attenta alle questioni della difesa, vedendo in Mosca una minaccia. La Finlandia ha scelto di acquistare 64 moderni caccia F-35, Stoccolma con il consenso di maggioranza e opposizione in Parlamento ha recentemente approvato il disegno di legge sulla difesa che fissa gli obiettivi al 2025, annunciato il piano di riarmo più consistente da settant’anni a questa parte e dichiarato di voler portare gli investimenti annui nella Difesa dagli attuali 2,88 miliardi di euro fino a 8,75 miliardi.

Emmanuel Macron è il leader europeo che, in questi anni, ha preso maggiormente di petto la volontà di rafforzare la capacità dell’Europa di acquisire capacità autonome in termini di Difesa e, più in generale, nei settori strategici e critici.

La “dottrina Breton” su industria aerospaziale, semiconduttori, piani strategici di lungo respiro per settori di frontiera che il supercommissario europeo all’Industria, vero esempio del sovranismo transalpino, sta portando avanti è funzionale allo sdoganamento della “dottrina Macron” per rendere Parigi l’attore sempre più decisivo nelle dinamiche della difesa europea. Europa sovrana, per Macron, vuol dire Europa francese e la Difesa, centrata sul deterrente nucleare francese, appare l’asset chiave per consolidarla. La dottrina militare francese proposta dal presidente nei mesi scorsi sembra anticipare gli scenari competitivi animati oggi dalla guerra a Est. Il capo di Stato dell’Esagono dopo l’ascesa all’Eliseo nel 2017 ha dato un forte stimolo al rafforzamento dell’apparato militare transalpino e alla nuova corsa alle armi in Europa. L’amministrazione Macron in Francia ha dettato la linea incrementando di circa un quarto del suo valore il budget della Difesa e facendo rispettare in anticipo al suo governo i piani del documento programmatico 2019-2025 per portare tra il 2020 e il 2021 oltre il 2% prescritto dagli accordi Nato la spesa militare in rapporto al Pil. Secondo il Military Balance dell’ International Institute for Strategic Studies la spesa di Parigi nel 2021 è stata di circa 53,7 miliardi di euro, in crescita di 6 miliardi rispetto al 2020 e di 7,9 miliardi rispetto al periodo pre-pandemia.

Parigi spenderebbe così circa il 2,1% del Pil in Difesa, e la Germania portando la spesa a 100 miliardi andrebbe nella direzione di raggiungere rapidamente l’obiettivo. Ad oggi, gli Stati europei che superano il target Nato del 2% del Pil sono, oltre alla Francia, Grecia e Cipro in perenne duello con la Turchia nel Mediterraneo orientale; la Norvegia “gendarme” Nato nel Mare del Nord; Estonia, Lettonia, Lituania e Romania (con la Polonia in graduale ascesa), ovvero i bastioni atlantici contro l’avanzata russa ad Est. Tallin è la capofila in termini di spesa relativa, come ricorda Il Post: “Nel 2020 la percentuale del Pil che l’Estonia spendeva per la propria difesa era la più alta dell’Unione, il 2,5 per cento, contro una media europea dell’1,3 per cento (l’Italia raggiungeva faticosamente l’1,4 per cento)”.

La crescita della spesa militare, già giunta nel 2020 al livello record di 198 miliardi di euro nell’Ue, aprirebbe a una serie di riflessioni sull’ottimale maniera di gestire diversi programmi aventi valenza militare: le proposte per la Difesa comune, i programmi industriali per le nuove navi, i tank europei e l’aerospazio, ma anche il Digital Compass e lo Strategic Compass in via di definizione. Aprendo inoltre a una stagione di keynesismo militare capace di creare valore aggiunto industriale e occupazione contribuendo, indirettamente, al vento anti-austeritario che ha iniziato a soffiare dopo la pandemia. L’Europa vuole rispondere quando la storia ha battuto un colpo: le parole di Scholz, come visto, non sono state però il calcio d’inizio, ma la fase d’accelerazione di una partita che, sotto traccia, era iniziata da tempo. E si inserisce in una fase di acuta volatilità dell’ordine globale.

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