Nella giornata del primo maggio lo Knesset, il Parlamento israeliano, ha approvato una legge che espande notevolmente le prerogative del primo ministro e che era stata a lungo caldeggiata da Benjamin Netanyahu: il capo del governo di Tel Aviv è ora depositario del potere di dichiarare guerra e ordinare azioni militari in caso di estrema necessità senza dover superare il voto dell’intero gabinetto, ma solo in seguito a una consultazione con il ministro della Difesa.

“La proposta di legge”, scrive Sicurezza Internazionale, “era stata sottoposta al Parlamento dal premier israeliano nel 2016 ed era stata inizialmente respinta. Successivamente, nel giugno 2017, il Parlamento aveva votato in favore dell’emendamento della norma. Le modifiche consentivano al governo di delegare l’autorità per decidere di entrare in guerra in circostanze normali o di lanciare operazioni militari a una commissione composta da “almeno la metà” dei ministri presenti in Parlamento. I parlamentari contrari alla legge si erano detti preoccupati del fatto che l’emendamento avrebbe consentito al primo ministro di escludere dalla votazione in Parlamento coloro che erano contrari all’avvio di operazioni militari”.

Nel pieno delle tensioni geopolitiche del Medio Oriente e in una fase che vede Tel Aviv agire in maniera assertiva per limitare l’influenza regionale del blocco sciita a guida iraniana, con una maggioranza di 62 a 41 parlamentari hanno approvato il provvedimento con cui Netanyahu ha potuto non solo espandere le prerogative dell’esecutivo ma ha anche conseguito, sul piano tattico, un notevole ribilanciamento dei rapporti di forza nel suo governo, che a lungo ha visto i falchi più interventisti esercitare un peso determinante.

Netanyahu vuole decidere quando tramutarsi in “falco”

Fautore di una strategia geopolitica ambiziosa e di un progressivo incremento della proiezione di Israele entro e oltre la regione mediorientale e leader di un governo ferocemente anti-iraniano, Benjamin Netanyahu non è comunque da ritenersi tra le personalità più interventiste del gabinetto più spostato a destra della storia del Paese.

Tra questi, spicca sicuramente Avigdor Lieberman, Ministro della Difesa che risulterebbe quindi l’unico interlocutore residuo per la dichiarazione di guerra, leader del partito ultrasionista Yisrael Beiteinu, che più volte ha destato scalpore per il suo estremismo, che in ambito militare si manifesta in particolar modo sotto forma di dichiarazioni di intento notevolmente bellicose: Lieberman ritiene necessario un contrasto radicale alla presenza dell’Iran in Siria e di voler vincere il braccio di ferro con Teheran “a qualunque costo”.

Altro super-falco dell’esecutivo a guida Netanyahu è il Ministro dell’Energia Yuval Steinitz, che recentemente in un’intervista ha palesato l’idea di rovesciare il regime di Bashar al-Assad, sottolineando che “se consentirà a Teheran di fare della Siria una base avanzata contro di noi, sappia che questa è la sua fine, questa è la fine del suo regime”, parole che suonano come una vera minaccia all’incolumità personale di un capo di Stato legittimamente riconosciuto.

Di fronte a tanta imprudenza, logico che Netanyahu ritenga vitale un superamento delle animosità del suo esecutivo: per quanto fautore di numerose scelte discutibili, il Primo ministro governa un equilibrio di forze altamente instabile, e paradossalmente il sostegno alla legge promossa dallo Knesset potrebbe avere risvolti più difensivi che offensivi. Netanyahu è restio a trasformarsi in “falco”, ma contribuisce ad esacerbare le tensioni generali: il recente show accusatorio contro il presunto riarmo nucleare di Teheran appare come una notevole concessione all’ala più oltranzista della politica israeliana, ma non ha fatto altro che guastare ulteriormente una situazione già deteriorata.

Per il Medio Oriente saranno mesi di fuoco, e Netanyahu vuole avere il pieno controllo sulla rotta di Israele: il rischio, in ogni caso, è che la natura stessa del suo governo lo abbia costretto a incamminarsi su una strada senza ritorno.

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