Donald Trump ha approvato con oltre un anno di ritardo la nuova strategia missilistica degli Stati Uniti d’America, nota come Missile Defense Review. Al centro della strategia missilistica pianificata dal Pentagono per difendere gli Usa e i suoi alleati dalle minacce intercontinentali, hanno un posto di rilievo le nuove tecnologie, quali droni, sofisticati satelliti e munizionamento di ultima generazione affidato ai caccia stealth F-35: che grazie ai loro sensori giocherebbero un ruolo importante della soppressione di una minaccia missilistica. 

L’obiettivo è quello di contrastare i nuovi potenziali avversari globali, ritenuti essere la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa, e i pericoli di entità regionale che potrebbero colpire gli alleati, quali la minaccia iraniana e quella nordcoreana (seppur disinnescata). Il documento strategico, che fa apertamente riferimento a “Stati canaglia emergenti” e definisce l’assetto del nuovo sistema di difesa “stratificato”  basato “su una combinazione di deterrenza, difese missilistiche attive e passive supportate da operazioni di attacco mirate”, fa riferimento alle nuove armi ipersoniche e alla guerra nello spazio, riportando la memoria ai tempi della Guerra Fredda e dello “scudo spaziale”, portando l’immediato paragone con il presidente Ronald Reagan.

Con la chiara identificazione delle due super potenze in ascesa nell’Eurasia quali possibili avversarie nella sfida al predominio mondiale, il modello Trump è stato paragonato a quello di Reagan, che però puntava a evitare il conflitto preoccupato dalla portata distruttiva di un confronto con un altra potenza nucleare. I toni spavaldi del nuovo presidente americano invece vengono spesso accostati a quelli di un moderno “cowboy”, sempre pronto a portare il dito nella “stanza dei bottoni” che innescherebbero la terza guerra mondiale.

Reagan, ritenuto dall’elettorato americano dei suoi anni un altro presidente “improbabile”, si dimostrò al contrario un uomo di polso capace di far ricredere i suoi principali critici, gestendo in modo estremamente efficace periodi di grande tensione nella Guerra Fredda (si ricordi l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa e l’abbattimento da parte dei sovietici di un aereo di linea coreano con 269 persone a bordo poiché scambiato per un aereo spia americano U-2). L’ipotesi avanzata da alcuni analisti, sarebbe quella di un Donald Trump deciso ad ispirarsi al miglior Reagan, approvando una nuova strategia missilistica che ricorda molto da vicino la Sdi – Strategic Defense Initiative – lanciata nel 1983 e subito ribattezzata “Star Wars”. L’analogia si troverebbe tutta nell’enorme rilievo occupato nel documento strategico dalla neo nata “Space Force” e dallo scenario dei conflitti nel campo di battaglia extra-atmosferico.

Quelle che al tempo di Reagan erano soltanto viste come delle “ipotesi da laboratorio” in via di sviluppo, con l’avvento delle armi ipersoniche e lo sviluppo dei vettori missilistici intercontinentali di nuova generazione sono minacce prossime alla realtà. Allora si parlava, senza troppa credibilità, di “un’esotica combinazione di radar, laser spaziali e missili capace di formare un impenetrabile astrodomo per bloccare i missili sovietici”; oggi tutte queste tecnologie non solo sono “operative” e impiegabili, ma sono anche presenti negli arsenali di entrambe le super potenze in perenne contrasto dal termine del secondo conflitto mondiale. 

Ciò che allora terrorizza Reagan, era proprio un’escalation missilistica nel conflitto “freddo” che si disputava tra Usa e Urss in aree remote, attraverso guerre per procura, conflitti a bassa intensità, e interventi militari anche su vasta scala, ma in supporto di alleati strategici. La guerra nucleare poteva essere innescata anche da un semplice “errore di calcolo” o “falso allarme”; come nel noto caso del colonnello russo Stanislav Petrov, che proprio nel 1983 (anno del lancio della nuova strategia missilistica di Regan) ignorò il protocollo quando i sistemi dall’arme del suo centro di monitoraggio satellitare gli “segnalarono” il lancio di un missile nucleare americano diretto sulla Russia. La verifica dei sistemi e la mancanza di zelo nell’impartire gli ordini per la controffensiva salvarono il mondo da un probabile olocausto nucleare.

Questa vera e propria ossessione vissuta da Reagan lo spinse ad inviare lo stesso anno a Mosca l’ambasciatore americano presso Stalin durate la guerra mondiale, Averell Harriman, per confrontarsi apertamente con Jurij Andropov, ex capo del Kgb, e discutere riguardo il “timore” che i loro due paesi potessero “entrare in guerra anche per un errore”. Errore che non potevano concedersi date le conseguenze apocalittiche. La storia ci ha dimostrato come questo terrore venisse vissuto alla Casa Bianca come al Cremlino.

Oggi, con le contrapposizioni tra Mosca e Washington riguardo il trattato Inf e con lo spettro di un riallestimento degli “euromissili”, i test svolti con successo di armi letali come il sistema missilistico “Avangard” delle forze aerospaziali russe e le crescenti tensioni internazionali con la Cina, potenza emergente che sta sfidando nella guerra commerciale gli Stati Uniti, il presidente Trump – da molti reputato il meno adatto ad affrontare un momento storico così delicato, come fu allora per Regan – si trova davanti all’ennesima dura prova della storia. Prova che non suggerisce l’uso della forza, ma solo l’astuzia della migliore diplomazia. Per evitare lo scoppio della terza guerra fredda o peggio, l’inizio di quelle che senza scherzare finiremmo a chiamare davvero “guerre stellari”.

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