Se un merito va riconosciuto a Joe Biden e alla sua Camelot è quello di averci visto giusto. L’aggressione di Vladimir Putin all’Ucraina non era figlia di un divario percettivo o una boutade, ma un’operazione reale che in due settimane ha mutato gravemente l’ordine mondiale. Un lavoro straordinario fatto dall’intelligence, che ha osservato, studiato e declassificato come non mai. Del resto, non bisogna dimenticare chi è a Langley da circa un anno: un diplomatico navigato come William Joseph Burns, che ha maneggiato la coda della Guerra Fredda, ex enfant prodige della diplomazia americana.

Un’abilità diplomatica perduta

I meriti, però, finiscono qui. Washington mostra di saper alzare i toni e, allo stesso tempo, una assoluta incapacità negoziale e diplomatica. Non sembra esserci un progetto, a Washington, su come procedere. E se la precedente amministrazione ha peccato di guasconeria e tracotanza, ora si rischia la schizofrenia. Nessun “effetto Kamala Harris”, nessun risvolto pratico della missione europea di Anthony Blinken. La prima, ora viene inviata in Polonia e in Romania, quasi a voler riparare il pasticcio sui jet offerti dalla Polonia, un giro degno della “Fiera dell’est”. Il Segretario di Stato, dal canto suo, continua a sembrare un banale allegato incolore della Casa Bianca, che passa dai toni esacerbati contro la Cina ad Anchorage alla sfilata recente nei Paesi baltici, durante la quale più che una pacca sulla spalla all’Europa e l’invito a boicottare il gas russo non c’è stato altro. Viene da chiedersi dove siano gli Averell Harriman, gli Henry Kissinger o i Kenneth Galbraith di un tempo, quelli che anche senza un inquadramento preciso nell’amministrazione si facevano negoziatori, consumando i cieli tra Washington e Mosca.

Delegare agli altri la diplomazia

L’interlocutore non è affatto facile da trattare, visto il suo disprezzo per le regole della democrazia e del diritto internazionale, e se un appeasement appare impensabile, dovrebbe esserlo almeno una trattativa, una strategia, fosse anche solo di concerto con l’Europa o nei Paesi NATO. E invece si procede in ambito sparso, con gli Stati Uniti che si dichiarano “sorpresi” delle proposte polacche, Xi Jinping tirato per la giacchetta pronto a dialogare con l’Europa-non tutta-, e la palla che passa nuovamente alla Turchia, in attesa che l’israeliano Bennet possa compiere anch’egli il miracolo. C’è una regia di un padre nobile a Washington in tutto questo? Difficile. Siamo stati abituati a circa cento anni di “dottrine”, ovvero visioni americane del mondo e della politica estera, ma dalla pandemia in poi, e ora più che mai, una nuova dottrina tarda ad arrivare. Con l’aggravante che, se l’invasione dell’Ucraina era forse impensabile un anno fa, la prossemica internazionale di Vladimir Putin era chiara già da un bel po’. Dunque, la crisi non è solo una prova strategica, di forza, ma anche una prova morale rispetto ai “Comandamenti” del Presidente: nessuno vuole un altro Michael Dukakis su un carro armato, soprattutto i Dem.

La schizofrenia della diplomazia petrolifera

Anche la diplomazia petrolifera sembra seguire un incomprensibile andamento schizofrenico: il presidente Biden sta cercando di contenere l’impennata dei prezzi del petrolio, che lunedì ha raggiunto oltre 123 dollari al barile. Si cerca sponda in Venezuela o dagli estranged allies sauditi, invece che dai produttori di scisto statunitensi o dai fratelli canadesi. Inviati sarebbero già a Caracas per avviare una trattativa, che potrebbe perfino passare da un alleggerimento delle sanzioni contro il Paese di Maduro. Un passo indietro, nel “cortile di casa” per giunta, che metterebbe a rischio le aspirazioni democratiche del popolo venezuelano. Il presidente Maduro, dopo aver tenuto il primo incontro di alto profilo con i diplomatici statunitensi, si è dichiarato pronto ad aumentare la produzione in modo significativo e collaborare con gli Stati Uniti per aiutare a compensare l’eventuale calo delle forniture di greggio.

Un isolazionismo volontario o involontario?

Si stenta a credere possa esserci un progetto di severo isolazionismo nelle mire di Biden che, quasi miracolosamente, sale di qualche punto nei sondaggi, pur continuando ad avere un tasso di disapprovazione del 51%. Forse una resa, una necessità di chiudere le porte e occuparsi delle difficoltà interne. Se il discorso sullo Stato dell’Unione fa guadagnare qualche punto ora c’è un Paese da sigillare, scelte economiche severe da compiere, un Paese da compattare, ma soprattutto non perdere le elezioni di medio termine. Una sagace malizia nel suo State of Union address gli va riconosciuta: anche se avrebbe potuto, giustamente, ritrarre i repubblicani come il partito degli apologeti di Putin, si è astenuto dal colpire i suoi nemici politici. Durante il suo discorso, ha attivamente incoraggiato i repubblicani a sentirsi come se fossero suoi partner in un fronte popolare. Un discorso indirizzato verso quattro interlocutori: gli ucraini (l’ambasciatrice Oksana Markarova era fra le braccia della first lady); i leader russi, ai quali destina dolore economico e l’avvertimento sui Paesi NATO; l’Europa, che incita a suon di “we are ready”; gli americani, a cui aveva promesso un nuovo ruolo nel mondo, assicurando però che nessun soldato americano partirà. Ma non basta parlare occasionalmente come Franklin D. Roosevelt: bisogna anche essere.

Là fuori, per togliere le castagne dal fuoco, può perfino andar bene perfino la pecora nera della NATO Erdogan, mentre si sta a guardare se l’Europa diventa davvero maggiorenne. Negli ambienti democratici si vocifera che, depoliticizzando la questione e mantenendo il basso profilo, Biden ha reso probabile che il Congresso finanzi rapidamente aiuti e armi per l’esercito ucraino. E con l’aumento dei prezzi del gas, sarà retoricamente più difficile per i repubblicani attribuirgli colpe, perché pienamente favorevoli alle sanzioni. Resta una domestic strategy, però. Una “quietly bravura”, così è stato definito dagli apologeti del presidente questo atteggiamento da passista, che però non giunge al colpo di scena.

Il telefono rosso, nel frattempo, squilla. Ma chi è che sta rispondendo, adesso?

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