Dazi, parmigiano, F35, 5G e olio d’oliva: c’è un’incredibile attinenza tra questi vari elementi, così apparentemente distanti per tipo e settore di mercato. Tutto in realtà viene messo all’interno di un unico calderone che ha a che fare con la partita in corso per evitare pesanti dazi sui nostri prodotti negli Usa, dopo che il presidente Trump ha introdotto le tariffe doganali con l’Ue. Ed è proprio di questo che principalmente si discute la settimana scorsa a Roma, in occasione della visita del segretario di Stato Mike Pompeo.

La preoccupazione di Conte sui dazi

“Giuseppi” Conte da Washington riceve, subito dopo le dimissioni dello scorso 20 agosto, l’endorsement di Donald Trump, mentre dall’Europa riceve pacche sulle spalle affinché sia lui a guidare un nuovo esecutivo ma questa volta più vicino alle “sensibilità” di Bruxelles. Ma ora da Palazzo Chigi, il premier si vede quasi come circondato senza che al momento chi lo sostiene dall’estero nelle settimane scorse sembra alzare un dito per alleggerire la pressione sul suo governo. Conte infatti, non appena succede a sé stesso ed a Palazzo Chigi passa dalla sua mano destra a quella sinistra la campanella della presidenza del consiglio, viene compresso tra due fuochi: quello dell’immigrazione, con l’aumento del numero degli sbarchi di settembre che rischia di essere pesante sotto il profilo dell’immagine, e quello poi dei dazi sui prodotti europei (e dunque anche italiani) decretato da Washington.

Sul primo tema l’Europa, oltre a dare vita alla passerella di Malta, non va in aiuto del governo giallorosso: si promette una redistribuzione automatica di migranti ma solo per chi viene raccolto da navi militari ed Ong, niente rotazione dei porti e niente accordi vincolanti. Solo vaghe intese dunque e nulla più, con Di Maio che prova a far digerire la strategia sui rimpatri e con i numeri che continuano a parlare di aumenti degli approdi dall’Africa. Conte, dunque, teme sorprese anche dall’alleato oltreoceano: se aumentano i dazi, molte imprese rischiano di avere guai. E, di riflesso, anche in questo caso il governo Conte certamente non ne uscirebbe rafforzato.

Lo scambio: F35 e 5G in cambio del ridimensionamento dei dazi

In poche parole, Conte ha necessità che almeno da oltreoceano capiscano le esigenze delle aziende italiane, provando a mostrare la “fedeltà” del suo governo all’alleanza atlantica. E così, dopo che a New York l’Italia ostenta il suo volto atlantico pur di riaprire i tavoli sulla Libia, a Roma alla vista di Pompeo si va oltre: si garantiscono gli impegni presi con gli F35 ed il 5G, nella speranza che dalla Casa Bianca attenuino la politica dei dazi nei confronti del nostro Paese. In particolare, come si legge sul Corriere della Sera, si punta ad un ridimensionamento delle tariffe su parmigiano ed olio d’oliva, due prodotti molto apprezzati negli Usa ed esportati da sempre in grande quantità.

Conte dunque recita la parte di chi vuol dimostrare di aver fatto per bene i compiti in casa propria e di essere fedele all’alleato, nella speranza che quest’ultimo se ne accorga e possa lanciare il suo modesto (ma politicamente vitale) contraccambio. Sul 5G, come già detto nelle settimane scorse, il decreto che dona allo Stato la cosiddetta “Golden power” su questo tipo di servizi suona come rassicurazione agli Usa: Roma, per ragioni di sicurezza, deciderà di imporre dei veti ad alcune aziende del settore e, come immaginabile, tali aziende saranno verosimilmente cinesi. Sugli F35, a Pompeo viene assicurato non solo il pagamento degli aerei già acquistati, ma lo sblocco dei tre lotti ancora che fanno parte della partita di mezzi commissionati nel 1998 dal governo Prodi. Ed è su queste base che “Giuseppi” proverà ad uscire dall’angolo di almeno una delle questioni più pesanti che mette attualmente sotto pressione il governo. Un pezzo di parmigiano, in questo momento, può valere un F35.

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