Marine Le Pen e Marion Le Pen, due facce di una medaglia che i media mainstrean provano in ogni modo a destrutturare ed a sdoppiare. Il messaggio del Front National sarebbe così diviso tra  un laicismo spinto (Marine) e una visione confessionale della res publica ( Marion).Le paginone della carta stampata progressista, di questi tempi, sono piene di analisi di questo tipo. Ci sarebbe una diatriba tra zia e nipote, i primi bagliori della futura lotta per la leadership interna al partito, specie nel caso in cui Marine non salisse all’Eliseo nel futuro prossimo.Marion, d’altro canto, sarebbe legatissima a Jean Marie Le Pen, il quale sarebbe stato, invece, del tutto accantonato dalla figlia. Non solo politicamente, ma anche umanamente.La dialettica interna del Front National diviene, in fin dei conti, una sorta di melodramma da soap opera per chi di professione deve semplificare e svuotare di significato i fenomeni elettorali non ascrivibili al dominio del pensiero unico. Che esista una dialettica sulla visione della Francia ( e del mondo) da proporre è innegabile, che questa non sia il frutto di una lotta in un pollaio, è una tesi che vale la pena provare a sostenere.Una delle curiose declinazione del femminismo in salsa nostrana, del resto, è quella per cui quando sono due donne a contendersi un posto di potere, come in questo caso, il tutto venga raccontato come se stesse avvenendo una ressa tra isteriche.Dalla vicenda del dobermann di Jean Marie alle accuse di familismo amorale, dalle origini paterne dell’una alle vicende familiari dell’altra, il 26% del Front National diviene, per il tramite della narrazione dominante, un mix tra Carramba che sorpresa e la guerra dei Roses.La verità è che la carriera di Marine Le Pen è del tutto istituzionale: consigliere regionale sin dal ’98, la sua esperienza movimentista si ferma alla militanza nell’associazione “Generations Le Pen”, Marion, invece, ha nella fondazione del movimento giovanile per mano di  Samuel Maréchal, suo padre, un motivo evidente per possedere un’indole più identitaria, più legata alle tematiche tipiche di chi ha frequentato ambienti vicini alla militanza tout court. Qualunque sia l’origine del distinguo, però, è innegabile che questa dialettica funzioni, specie in termini elettorali: Marine Le Pen continua a mietere consensi tra gli operai, tra i “diseredati della democrazia”, tra le vittime della globalizzazione, Marion, dal canto suo, non lascia il campo libero all’Ump per ciò che concerne le istanze ultraconservatrici legate ai valori non negoziabili, permettendo ai cattolici francesi di avere almeno due scelte sulla scheda elettorale. I complottisti pensano che questo sia uno schema studiato a tavolino, l’ipotesi più verosimile che ci siano due visioni del mondo concatenate, ma non perfettamente combacianti.Se Marine è impegnata nella sua adesione alla République e nell’operazione di de-diabolizzazione totale del Front National, Marion è divenuta una sorta di ministro degli Esteri delle istanze del Fn, un’immagine nel mondo di quello che Taguieff ha chiamato ” nazional-populismo”, un messaggero della concezione sovranista nell’Europa contemporanea avverso al decalogo dei potenti.I sorrisi sardonici dei commentatori nostrani, in definitiva, cercano di porre l’accento sulle meccaniche relazionali che possono intercorrere tra due membri di una famiglia che guida un partito quasi al 30% dei consensi, le chiacchiere, però, spariscono sempre più nel pantano ad ogni affermazione elettorale. La meccanica della delegittimazione procede imperterrita, sopra di essa si struttura una dialettica che punta all’impossibile, i salotti radical chic hanno il fiato corto mentre Marinel Le Pen e Marion Le Pen stanno lì, ad un passo da uno storico ballottaggio che travalica qualsiasi nenia. Si arriverà all’esasperazione dei toni, con ogni probabilità, è già successo oltreoceano con Donald Trump, che il risultato ottenuto possa essere il medesimo sembra impossibile, ma non così tanto.

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